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DI TUTTO UN PO' - I MIEI ARTICOLI - di Ennio Porceddu

"GLI INVINCIBILI",IL GRANDE
TORINO TRA STORIA E LEGGENDA

RICORDIAMO IL MOMENTO PIU' TRAGICO DELLO SCHIANTO A SUPERGA:"E' MORTO IL TORO"

di Ennio Porceddu
(8-9-2017) Quando arrivò la notizia, ancora frammentaria tutte le redazioni dei giornali si strinse in un coro di sbigottimento. Tutti erano increduli che una grande squadra, sopranominata "Gli invincibili" fosse scomparsa. Alcuni gridarono sgomenti " E' morto il toro". "E' morto il Torino"(
foto dal web). Altri si chiedevano: "Com'è successo?" Poi, arrivarono le conferme. Alle 17.05 lo schianto a Superga dell'aereo un trimotore I-ELCE (un G.212 della Fiat) con bordo 31 persone - 4 uomini dell' equipaggio, 18 giocatori del Torino, 3 giornalisti, 2 dirigenti, 2 tecnici, il massaggiatore e il capocomitiva - si era schiantato sulla collina di Superga, non lontano dalla Basilica, prendendo fuoco. Nessun era sopravvissuto al terribile impatto.Allora l'Italia si mise in lutto L' ultima partita in Portogallo La sciagura che, in quell'uggioso e nebbioso pomeriggio del 4 maggio1949, si abbatté su un'Italia ancora contadina, pre-industriale, soprattutto tesa a ritrovare la forza di rialzarsi dopo i disastri della guerra.L'aereo stava riportando a casa la squadra da Lisbona, dove aveva disputato un incontro amichevole con il Benfica, organizzata per aiutare, con l'incasso, il capitano della squadra lusitana Francisco Ferreira, in difficoltà economiche. Il Torino, era reduce da cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942-1943 alla stagione 1948-1949, e che costituiva la quasi totalità della Nazionale italiana.Nella sciagura perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l'equipaggio e tre noti giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport); Renato Tosatti (della Gazzetta del Popolo, padre di Giorgio Tosatti) e Luigi Cavallero (La Stampa). Il compito di identificare le salme fu affidato all'ex commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, che aveva trapiantato quasi tutto il Torino in Nazionale.Il trimotore Fiat G.212, con marche I-ELCE, delle Avio Linee Italiane, decollò dall'aeroporto di Lisbona alle 9:40 di mercoledì 4 maggio 1949. Comandante del velivolo era il tenente colonnello Meroni. Il volo atterrò alle 13:00 all'aeroporto di Barcellona.Alle 14:50, finita la partita, l'I-ELCE prese il volo con destinazione l'aeroporto di Torino-Aeritalia. La rotta seguita: Cap de Creus, Tolone, Nizza, Albenga, Savona. Quando l'aereo arrivò all'altezza di Savona, virò verso nord, in direzione del capoluogo subalpino, dove si prevedeva di arrivare in una trentina di minuti. Il tempo su Torino era pessimo. Alle 16:55 l'aeroporto di Aeritalia comunicò ai piloti la situazione meteo: nubi quasi a contatto col suolo, rovesci di pioggia, forte libeccio con raffiche, visibilità orizzontale scarsissima (40 metri).La torre chiese anche un riporto di posizione. Dopo qualche minuto di silenzio alle 16:59 arrivò la risposta: "Quota 2.000 metri. QDM su Pino, poi tagliamo su Superga". A Pino Torinese, che si trova tra Chieri e Baldissero Torinese, a sud est di Torino, c'è una stazione radio VDF (VHF direction finder), per fornire un QDM (Rotta magnetica da assumere per dirigersi in avvicinamento a una radioassistenza) su richiesta.Giunti sulla perpendicolare di Pino Torinese, mettendo 290 gradi di prua ci si trova allineati con la pista dell'Aeritalia, a circa nove chilometri di distanza, a 305 metri di altitudine. Poco più a nord di Pino Torinese c'è il colle di Superga con l'omonima basilica, in posizione dominante a 669 metri di altitudine. Si ipotizzò che - a causa del forte vento al traverso sinistro - l'aereo nel corso della virata potesse aver subìto una deriva verso dritta, che lo spostò dall'asse di discesa e lo allineò, invece che con la pista, con la collina di Superga; a seguito di approfondite indagini emerse la possibilità che l'altimetro si fosse bloccato sui 2000 metri e quindi indusse i piloti a credere di essere a tale quota, mentre erano a soli 600 metri dal suolo.Alle ore 17:03 l'aereo con il Grande Torino a bordo, eseguita la virata verso sinistra, messo in volo orizzontale e allineato per prepararsi all'atterraggio, si andò invece a schiantare contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga. Il pilota, che credeva di avere la collina di Superga alla sua destra, se lo vede invece sbucare davanti all'improvviso (velocità 180 km/h, visibilità 40 metri) e non ebbe il tempo per fare nulla. L'unica parte del velivolo che rimase parzialmente intatta era l'impennaggio.Alle 17:05 Aeritalia Torre chiamò I-ELCE, non ottenendo alcuna risposta. Tutte le trentuno persone a bordo perirono.

Le vittime

Giocatori

Valerio Bacigalupo (25, portiere), Aldo Ballarin (27, difensore), Dino Ballarin (23, portiere), Émile Bongiorni (28, attaccante), Eusebio Castigliano (28, mediano, Rubens Fadini (21, centrocampista), Guglielmo Gabetto (33, attaccante), Ruggero Grava (27, centravanti Giuseppe Grezar (30, mediano), Ezio Loik (29, mezzala destra), Virgilio Maroso (23, terzino sinistro), Danilo Martelli (25, mediano e mezzala), Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista), Romeo Menti (29, attaccante), Piero Operto (22, difensoreFranco Ossola (27, attaccante), Mario Rigamonti (26, difensore, Julius Schubert (26, mezzala).
Dirigenti :Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri, Andrea Bonaiuti (organizzatore delle trasferte della squadra granata)

Allenatori: Egri Erbstein (50), Leslie Lievesley (37), Osvaldo Cortina, massaggiatore)


Giornalisti: Renato Casalbore (58), Renato Tosatti (40), Luigi Cavallero (42)


Equipaggio: Pierluigi Meroni, Celeste D'Inca, Cesare Biancardi, Antonio Pangrazi.



GIORNI DI FESTA E DEVOZIONE A LACONI PER FRA IGNAZIO,IL SANTO PIU' AMATO DELL'ISOLA

di Ennio Porceddu
(1-9-2017) Sono migliaia i pellegrini a Laconi, in provincia di Oristano(Sardegna), per i "Festeggiamenti dedicati a Fra Ignazio"(
foto dal web)che si svolge in questi giorni. Amatissimo in Sardegna, Fra Ignazio da Laconi apparteneva all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini e visse per 40 anni da questuante a Cagliari in assoluta povertà. Fra Ignazio è stato proclamato Santo da Pio XII il 21 ottobre 1951. Tanti gli eventi in calendario, sia religiosi che civili. Vediamo questi ultimi oltre alla grande processione di mercoledì 31 agosto 2017.Sant'Ignazio è il Santo sardo più venerato dell'Isola e i festeggiamenti in suo onore si tengono nel mese di agosto richiamando a Laconi oltre 70.000 visitatori. Per circa una settimana giungono a Laconi pellegrini da ogni parte della Sardegna e anche dall'estero per pregare nella casa natale del Santo, chiedere o ringraziare per la Sua intercessione, e per recarsi nella chiesa parrocchiale a Lui dedicata. Oltre ai riti religiosi che si susseguono senza soluzione di continuità per circa una settimana, l'amministrazione organizza varie manifestazioni di intrattenimento, con serate musicali, avendo cura di non trascurare gli aspetti legati alle tradizione sarde e quant' altro caratterizzi la cultura Etno-Musicale della Sardegna. E' importante sottolineare che questa festa è un volano per l'economia laconese in quanto costituisce una vetrina per le peculiarità turistiche del paese; infatti i visitatori consumano i prodotti locali, si intrattengono presso il Parco Aymerich e visitano l'ormai noto Museo delle statue Menhir. Il 30 agosto, si tiene la processione con le reliquie del Santo, provenienti dalla chiesa di Sant'Ignazio a Cagliari, a cui partecipano migliaia di fedeli, preceduti da cavalieri in costume e da numerosi gruppi folcloristici e confraternite di varie località dell'Isola. La notte è riservata alle iniziative culturali e ricreative: cantanti, cantautori, gruppi musicali, teatro, serate di folclore sardo, nazionale ed internazionale. In tante parti del paese vengono allestite mostre di pittura, scultura e fotografia, una mostra mercato dei prodotti agroalimentari ed artigianali del territorio e altre iniziative di promozione turistica, con visite guidate verso i siti archeologici più importanti.


ITINERARI D'ESTATE
LA LEGGENDA DEL PONTE DEL
DIAVOLO NELLE VALLI DI LANZO


di Ennio Porceddu
(31-8-2017) In una giornata magnificata dal sole, io e alcuni della mia famiglia, siamo andati nelle Valli di Lanzo(
foto copyright Ennio Porceddu agosto 2017) a diversi km. da Torino, nelle prealpi e, su indicazione di una persona del posto, si siamo inoltrati dove si unisce il monte Basso e il monte Buriasco, in una stretta gola con le pareti a precipizio, scavate nei tempi preistorici dalla Suta, che formava un ampio lago nella piana di Germagnano.Appena arrivati sul posto, dove pensavamo di essere gli unici turisti, ci siamo meravigliati nel vedere tanta gente, e non, in costume da bagno che prendevano il sole, o si bagnavano nelle acque del lago. La prima impressione è stata quella di trovarci in una delle meravigliose spiagge della Sardegna, tra Cala Luna e Baunei. Così, abbiamo potuto ammirare, tra il monte Basso e il monte Buriasco, il ponte di eccezionale valore architettonico e storico, di circa 37 metri di gittata, motivo ancora oggi di ammirazione e di studio è costituito da un solo arco gotico, lungo m. 65, largo m. 2,27 e alto m. 15, ha una gittata di circa m. 37 a schiena di asino.Su questo ponte detto del "diavolo" c'è tutta una storia che si tramanda da secoli: Il 1° giugno 1378 la credenza di Lanzo radunata nella chiesa di S. Onofrio in piazza San Pietro e presieduta dall'allora Aresmino Provana delibeva la costruzione di questo ponte,imponendo per dieci anni un dazio sul vino. La storia ricorda che la spesa per edificare questo collegamento fu di 1400 fiorini. Una spesa non indifferente per quei tempi.Il ponte del Diavolo. La leggenda La fantasia popolare si sbizzarì a creare leggende intorno all'ardita costruzione , tanto da attribuirla al diavolo; fra i tanti ricordiamo Angelo Brofferio, Giovanni Prati e Nino Costa . C'è chi scorge , al capo del ponte presso la cappella di S. Rocco, l'impronta lasciata dallo zoccolo del maligno che, terminata l'opera l'avrebbe valicata con un solo grande passo.Il nome del ponte deriva dalla leggenda secondo la quale fu il diavolo in persona a costruire il ponte dopo che per ben due volte ne era stato edificato uno, sempre crollata. In cambio il diavolo avrebbe preso con sé l'anima del primo a transitare sul ponte, gli abitanti del borgo di Lanzo, anziché l'anima pattuita, gli fecero trovare nel sacco , chi dice un povero cane, chi una forma di toma. Si dice che il diavolo , adirandosi , avrebbe sbattuto violentemente le sue zampe caprine sulle rocce circostanti formando le caratteristiche "Marmitte dei Giganti". Il ponte ebbe comunque grande importanza nella storia di Lanzo e delle Valli.Il 15 luglio 1564, essendovi grande timore di contagio, il Consiglio di Credenza della castellania dispose che fosse costruita, sulla sommità dell'arco, una porta per chiudere il ponte di Roce, nel contempo si posero guardie lungo i confini del territorio. Il 7 settembre dello stesso anno si vietò l'accesso nelle valli a chicchessia, salvo che presentasse "la bolletta del luogo di provenienza,contrassegnata dal sigillo di Lanzo".


SARDEGNA: PRESENZA DELLE TRADIZIONI POPOLARI

di Ennio Porceddu
(14-6-2017) “Sardegna quasi un continente”, scrive Marcello Serra, nel suo libro di maggiore successo(S.Efisio foto di Augusto Maccioni per TP). Sardegna è un’isola prigioniera del Mediterraneo, ma contenta di esistere. Un’isola con bellissime coste, insenature, spiagge e un mare cristallino con eccezionali fondali e anfratti in una ambientazione unica. I monti e le foreste, la flora e la fauna, nonostante l’ignobile azione vandalica degli incendiari che ogni anno distruggono centinaia d’ettari di bosco, conservano, in esemplari unici, mufloni, cavallini di bassa statura (tipi della giara di Gestori), l’avvoltoio, i fenicotteri, e tante altre specie d’uccelli che si possono osservare nello stagno di Molentargiu. Dal punto di vista sociale – culturale - storico – folclorico, insieme con quello propriamente gastronomico, le tradizioni popolari dell’isola hanno origini molto profonde che si perdono nella notte dei tempi. In Sardegna si sente maggiormente questa presenza ed ha sempre tentato di sostenerla con il diritto della continuità territoriale (sempre negata da Roma) con le altre regioni italiane.Nonostante tutto, l’isola vive il massimo del suo splendore con le feste e le tradizioni popolari che la rendono unica al mondo.Ogni anno, nell'isola, si svolgono centinaia di festeggiamenti in onore dei santi e vedono la partecipazione di un popolo sempre più numeroso e attento con i caratteristici costumi sardi dei paesi di provenienza.Ogni paese dell’isola si differenzia per l’abbigliamento e la foggia, fatta eccezione per alcuni che sono analoghi sia nei colori, sia nei disegni.Le feste sarde sono sempre religiose o pagane, in onore di santi o pseudo protettori (San Costantino, come santo non è mai esistito perla Chiesadi Roma), che richiamano migliaia di fedeli e turisti.Con le tradizioni popolari, il turista ha scoperto i mammuthones di Mamoiada, i boes di Ottana e tante altre maschere, che si crede, appartengono solo alla Sardegna, ma che invece, ritroviamo simili in qualche paese europeo (esempio, in Germania), o addirittura in Italia, nel bellunese.Anticamente fra le feste più importanti, predominavano quelle religiose: dell’Immacolata Concezione, della Beata Vergine Maria, della Madonna delle Grazie, del Rosario, di Santa Croce, di San Luigi, di Nostra Signora di Bonaria, di Sant’Efisio (patrono della Sardegna), ecc.A Tergu, in provincia di Sassari si festeggiava Sant’Antonio (prediletto dai giovani), San Narcisio (degli agricoltori) San Sebastiano (dei pastori), San Vincenzo (dei pastori e degli agricoltori), SS. Trinità (dei negozianti e macellai),San Lussorio (protettore del centro Sardegna) e infine San Gavino (Portotorres ha dedicato a questo santo la propria Basilica romanica, la più imponente dell’isola, costruita intorno al XII secolo.Altri martiri turritani sono: Proto e Gianuario.In bambagia troviamo, molto venerato, San Francesco, Lula, (immortalato dal poeta Sebastiano Satta come “il santo dei banditi”).A Laconi si festeggia Sant’Ignazio, il taumaturgo amato da tutti i sardi.Le solennità, generalmente, precedono sempre la veglia (bidazolzu), che si esplicano col protrarsi della notte, in continui divertimenti nel pressi del tempio cristiano (Canti e balli, corse o palio: l’Ardia di Sedilo,La Sartigliadi Oristano, ecc.): Nei paesi barbaricini, da qualche anno si propone. “Autunno in Barbagia”. Nel mese di ottobre i paesi barbaricini promuovono: “Autunno in Barbagia”. Belvì offre le castagne arrosto a tutti i turisti presenti.


IL POPOLO CAGLIARITANO SI
STRINGE ATTORNO AL SUO SANTO

361° SAGRA DI S. EFISIO

di Ennio Porceddu
(29-4-2017) Sono passati 361 anni da quando la municipalità cagliaritana ha invocato il martire più famoso della Sardegna perché intercedesse concretamente per salvare la città di Cagliari e il popolo sardo da quello che sembrava una maledizione, uno stato d'assedio(foto di Augusto Maccioni per TP). Poi finalmente nel 1656 la peste fu debellata. Non furono solo le preghiere ma anche le lacrime che la popolazione versò per i tanti morti che la terribile malattia che nel giro di poco tempo aveva mietuto, finalmente Cagliari riebbe la sua luce. Il vento impetuoso che la travolse, si diradò e torno il sereno.Questo ci spiega quanto era diffusa la devozione per Sant'Efisio.

Una venerazione che non è mai cessata, anzi, è aumentata con l'afflizione della peste, per poi estendersi in tutta la Sardegna. Cagliari ha sempre avuto ottimi vincoli con Sant'Efisio. La devozione a S. Efisio arriva da molto lontano. Già nel 1548, la municipalità, riconoscendosi debitrice verso il Santo, istituì una rendita per le celebrazioni di Messe nella chiesa del Santo sita nel rione Stampace Dal 1656 Cagliari avvia una processione che l'1 maggio lo porta, con sfarzo e gioia per le strade della città fino alla chiesetta di Nora, sita nella cittadina di Pula, a due passi dal mare, dove si dice che Sant'Efisio ebbe il suo martirio.Nella processione di quest'anno sfileranno i costumi tradizionali di 120 comuni con ottantanove associazioni di devoti. Corteo a piedi, ma anche sfilata di traccas, i tipici e colorati carri trainati dai buoi. Più gli uomini a cavallo, 255, con 56 miliziani di scorta al cocchio del santo.Il 1 maggio con il passaggio del cocchio e la statua del martire guerriero protettore dell'Isola tra le migliaia di persone che invaderanno il centro storico. Ci sarà il saluto dell'alter Nos, il rappresentante del Comune (quest'anno il consigliere Fabrizio Marcello) alla ramadura con i petali che riempiranno di colori la strada percorsa dal santo. Sino al momento più emozionante, quando le sirene delle navi intoneranno a festa.Comunque per saperne di più conviene comperare il libro "San'Efisio" di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni, pubblicato dalla "Ilmiolibro .it" o chiederlo agli autori.


LA DOMENICA DELLE PALME
E LA SETTIMANA SANTA


di Ennio Porceddu
(8-4-2017) La Domenica delle Palme, è l'inizio della Settimana Santa che precede il giorno di Pasqua(foto dal web), e di domenica 16 aprile ed è anche l'ingresso di Gesù a Gerusalemme accolto da una folla festante che agitava i rami di palme e ramoscelli di olivo benedetti in segno di pace e prosperità. E' il giorno della passione di Gesù, la stessa folla che davanti a Pilato ha preferito salvare Barabba e crocifiggere il Signore. Gli episodi dell'ingresso del Salvatore sono raccontati nei Vangeli di Giovanni, Matteo e Marco. Secondo Matteo e Marco il Messia sarebbe arrivato a Gerusalemme in groppa a un'asina.La Domenica delle Palme da il via alla Settimana Santa che ci accompagna fina a Pasqua (Triduo pasquale) che culmina il Giovedì e il Venerdì Santo, quando in tutto il mondo cattolico ci sarà la Via Crucis.A Cagliari, la Domenica delle Palme è celebrata nel convento dei cappuccini in Viale Fra Ignazio con la Santa Messa e la benedizione delle Palme, e nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall'Arciconfraternita di Stampace. Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuove il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale. Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto. La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l'occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente verso la Cattedrale. Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale, la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all'interno del duomo. Alle ore 16,00, dall'Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata. Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant'Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de "is cantoris" che accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere. Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga. La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgono le processioni de "S'incontru" tra Gesù e la Madonna. Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.


UNA PAGINA DELLA
STORIA DELLA SARDEGNA

GLI AIMERICH E LA RIBELLIONE
DEI VASSALLI DI VILLAMAR


di Ennio Porceddu
(5-4-2017) Chi ha sempre creduto che il 1500 la Sardegna sia stata un'isola tranquilla e ordinata, divisioni e competenze riconosciute e rispettate, ha sbagliato di grosso. Ruberie, soprusi e sconfinamenti da parte dei proprietari terrieri (feudatarie) sono sempre stati all'ordine del giorno(
foto a destra stemma degli Aimerich)." La verità - scrive Marcello Lostia - è che niente e di definito esisteva, neppure Dio né il re, l'uno troppo spesso ignorato, il secondo contestato. Tutto era fluido e alla mercè di tutti".La Sardegna veniva fuori da due secoli di lotte e pestilenze, per cui era stata inevitabile la trasmutazione e lo sconquasso che faceva dell'isola, una volta, granaio molto amato da Giacomo II, ora assomigliava sempre più a una pianura incolta. Papa Eugenio IV, sulle condizioni dell'isola verso la metà del XV secolo, rivelava che " la gente di quell'isola, afflitta da cento anni di vortici di guerra e da altre calamità, ha volto a reprobi sensi la salute sia corporale sia ecclesiastica, la fede cattolica e il culto divino declinano, furti, rapine, incendi, omicidi e altri flagelli mettono a repentaglio l'animo e il prestigio del sovrano, divenendo un detestabile esempio per i più".In questa Sardegna voglio inquadrare la famiglia Aimerich che, ai tempi delle crociate di Spagna, si crede giunti in Sardegna al seguito dei Carroz, che secondo gli storici, non risponda a verità, perchè sarebbero giunti nell'isola nel XIV secolo, che da oltre settant'anni Don Salvatore, era feudatario di Villamar, un paese agricolo ai confini della Trexenta. Il villaggio di Villamar in passato si chiamò Mara Arbarei o Mara Barbaraghesa, che significano entrambi "Mara del giudicato di Arborea" ed era circondato da vaste piane verdeggianti in primavera, bionde d'estate, e scure di terra grassa in autunno Nelle campagne primeggiavano i vigneti, le piante di fichi, da mandorli, da ulivi e abbondanza di grano che dava origine a un feudo molto appettibile.Don Salvatore Aimerich, a Villamar aveva casa e servi e usava la sua autorità con severità e rigore. Egli era preposto a far rispettare le leggi e da attento amministratore della giustizia, e all'esenzione dei tributi per mezzo di un'intendente e un ufficiale di alto grado. Circa un migliaio di contadini lavoravano la campagna, versando al feudatario le rendite dovute. Il lavoro di queste persone era duro, principalmente, in mancanza dell'acqua necessaria per irrigare i campi. Nonostante tutto, quella terra tanto generosa riusciva a ripagare le fatiche.I contrasti nacquero nel momento in cui Don Salvatore Aimerich pretendeva, perché dovuti, i diritti di viaggio e di Roadia, il diritto feudale che obbligava, a lavorare per conto del feudatario gratuitamente alla preparazione dei suoi terreni per il seminato o altro, spesso la coltivazione gratuita consisteva nel coltivare vaste estensioni di terreni in uno o più Comuni, mentre di vassalli, con energia, rifiutavano.Illusi di avere il pieno appoggio del Re Filippo II per la sua nuova politica fosse a favore dei poveri, e aizzati da un certo Antioco Podda, nel 1562, gridarono ai quattro venti di non essere più obbligati a tale Roadia, incrociando le braccia davanti alle pretese del feudatario. Era una ribellione preoccupante anche per la momentanea assenza del Vicerè, che assieme a diversi presuli, si era imbarcato su due galee dirette in Spagna. Quell'assenza fu inadeguata per Don Salvatore Aimerich, perché gli veniva a mancare quell'appoggio che aveva sperato, questo incoraggiò gli abitanti di Villamar a farsi più minacciosi.In assenza del Vicerè e di una nuova magistratura, la presidenza del regno passò a don Gerolamo d'Aragall, già governatore del Capo di Cagliari e di Gallura, ormai poco energico per la sua età avanzata. Don Salvatore, il 24 novembre 1562, si rivolse a lui per cercare di dipanare questa controversia a suo favore e il governatore emanò un decreto obbligando i vassalli di Villamar a corrispondere i diritti di roadia al signore di Villamar. Solo 170 obbedirono temendo rappresaglie dei miliziani.: altri sessanta, sempre spalleggiati da Antioco Podda, rifiutarono e si rivolsero a sei giudici per dirimere la vertenza.Tale controversia andò per le lunghe per circa un anno senza ottenere un risultato. A quel punto don Salvatore inviò Giacomo, su figlio, per cercare un accordo con i giudici, ma in segni di sfacciataggine lo rincorsero, con catture intenzioni, fino all'uscio di casa. Il clima era quindi, rovente, che don Giacomo dovette chiedere l'appoggio di quattro miliziani a Cavallo per la sua incolumità.La ribellione dei vassalli, in un paese che aveva sempre contribuito al bene del feudo e a un sicuro rifugio del signore nei momenti di pericolo, si sgretolò. A contribuire al disfacimento del feudo, anche contribuirono la malattia e l'immobilità di don Salvatore.Il 1563, fu un anno molto difficile. Dopo un inverno mite e asciutto, con l'arrivo delle piogge torrenziali s'ingrossarono i torrenti che allagarono le campagne mettendo in difficoltà gli abitanti di tutto il Campidano e le fragili case di fango. In tal contesto, ci fu una moria di agnelli appena nati e la carestia dilagava. Don Salvatore Aimerich, nella sua casa di Castello, con i suoi settant'anni, non poteva fare altro che ascoltare il vento che imperversava impetuoso tra le strade e avvertire un brivido di dolore dopo quella sconfitta subita a Villamar.


SI E' SPENTO A MILANO
CINO TORTORELLA

ADDIO MAGO ZURLI,PER TANTI ANNI PRESENTATORE DELLO ZECCHINO D'ORO
A GIUGNO AVREBBE COMPIUTO 90 ANNI. NEL 1986 AVEVA PRESENTATO A QUARTU S. ELENA, IN UNA TELEVISIONE PRIVATA, IL PRIMO ARLECCHINO D'ORO CON GRANDE SUCCESSO

di Ennio Porceddu
(23 marzo 2017) Si è spento a Milano Cino Tortorella, meglio conosciuto dai bambini come il Mago Zurlì. A giugno avrebbe compiuto 90 anni. Il suo volto è legato al festival dello Zecchino D'Oro e alla figura di Topo Gigio.Autore e regista , da molti anni si interessava anche di enogastronomia.Cino Tortorella, all'anagrafe Felice Tortorella, Orfano di padre, deceduto prima della sua nascita, dopo aver abbandonato gli studi, si era iscritto alla scuola di arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano, fondata da Strehler. Nel 1956, dalla messa in scena teatrale Zurlì, mago Lipperlì, fu tratta la sceneggiatura del suo primo programma televisivo Zurlì, mago del giovedì. Per la messa in onda di questo programma ha avuto una grande importanza l'intervento dello scrittore Umberto Eco. Un anno dopo Cino Tortorella nelle vesti del Mago Zurlì approda al festival Lo Zecchino d'oro. Trasmissione che è andata in onda per ben 51 edizioni, cioè fino al 2008.Nel mese di febbraio del 1986 Cino Tortorella lo troviamo a Quartu S. Elena per presentare la prima edizione del festival dei bambini, teletrasmessa , in tre serate, dalla televisione locale Telesetar. Ad organizzare Efisio Lai con la collaborazione di Ennio Porceddu, che per l' occasione aveva messo a disposizione venti canzonette provenienti dal Festival La Palma D'Oro di Cagliari degli anni 1975 - 1976.Felice Tortorella è stato anche autore e regista di molti programmi televisivi: Chissà chi lo sa? Scacco al Re, Dirodorlando e Nuovi incontri (1962).Con l'avvento delle televisioni private lo troviamo collaboratore di Telealtomilanese e poi con Antenna 3. Si è inoltre occupato di libri per bambini ed a collaborato con Il Corriere dei piccoli e Il Giornalino. Subito dopo a diretto il mensile Sapori d'Italia, senza tralasciare la collaborazione con il piccolo schermo.


SARDEGNA,ORISTANO/La giostra equestre che non ha pari in Europa, si conferma un evento che richiama visitatori anche in bassa stagione
LA SARTIGLIA 2017

di Ennio Porceddu
(23-2-2017) Il fascino della Sartiglia(
foto dal web) conquista ben oltre i confini europei. Quest'anno ad applaudire componidori e cavalieri sono arrivate comitive da Giappone, Israele, Turchia dal Brasile, dalla Scozia e da varie regioni italiane (dalla Puglia a Milano, passando per Roma e Firenze).La giostra equestre che non ha pari in Europa, si conferma un evento che richiama visitatori anche in bassa stagione.Tutto è pronto. Da domenica 26 a martedì 28, febbraio, si svolge a Oristano una delle più importanti manifestazioni popolari dell’Isola: La Sartiglia, una giostra equestre di antiche origini. La Fondazione ha messo punto l'organizzazione della manifestazione e degli spettacoli legati alla giostra. Il centro storico ospita un percorso turistico commerciale ed è proposto il Villaggio Sartiglia, mentre altri stand e bancarelle sono sistemati nelle altre piazze del centro. Torna anche Mediterranea: le esposizioni con prodotti dell'artigianato e dell'enogastronomia hanno trovato spazio in piazza Eleonora.Come da tradizione il 2 febbraio si è celebrata la Candelora. A Oristano la ricorrenza coincide con il primo atto ufficiale della Sartiglia.I presidenti dei Gremi dei Contadini e dei Falegnami, come si ricorderà, hanno consegnato i ceri benedetti ai Componidoris Sergio Ledda e Giuseppe Sedda che capeggeranno la giostra equestre più importante della Sardegna.La Candelora da sempre rappresenta uno dei momenti più intensi della Sartiglia.L’antico rito della Sartiglia ha assegnato ai presidenti dei Gremi (s’Oberaiu Majori del Gremio dei Contadini Gianni Obino e il Majorale en Cabo del Gremio dei Falegnami Mauro Licheri) il compito di ufficializzare la scelta dei rispettivi Componidoris proprio con la consegna, ai cavalieri prescelti, del cero benedetto (con i fiocchi rossi quello dei contadini e rosa e celesti per quello dei falegnami).La Sartiglia è un grande spettacolo di colori, simboli e metafore, dove tra il sacro e il profano, si mescolano culture, bravura e valori.L’espressione principe di un popolo: di quella borghesia sociale e culturale che prende il nome di Gremio.Secondo la credenza popolare, la Sartiglia sarebbe un rito agrario da cui si trarrebbero auspici per il nuovo raccolto: una ricorrenza della tradizione del popolo sardo che trae origini dalla fusione di cerimoniali stagionali legati all’agricoltura con elementi cavallereschi sostenuti dalla storia del costume della città Oristanese.La Sartigliao Sartilla non è altro che “il gioco dell’anello” o “il gioco della Quintana” è un torneo cavalleresco che si svolge la domenica e il martedì a chiusura del carnevale.Il torneo, in voga anche in Europa nel 1200, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel 1500, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per “dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato”. Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l’associazione che era preposta all’organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi “su cungiau de sa Sartiglia”.La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l’evento).Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l’Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia.Per l’occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali). Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componidori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione. La vestizione è un’affascinante cerimonia, dove l’opera delle ragazze in costume sardo (is Masaieddas) sotto la guida dell’esperta Massaia Manna. E’ fondamentale. Il momento della vestizione che vede il Componidori sopra un tavolo, assume un significato quasi sacrale.Vestito, con cilindro nero, mantiglia, una camicia con sbuffi e pizzi, il gilet, una larga cintura di pelle e una maschera che incornicia il viso con l’ausilio di una fasciatura di seta, sale a cavallo e non dovrà toccare terra sino alla fine della giornata e sino a quando non avverrà la vestizione.

Espressione della purezza con la sua maschera quasi angelica.

Al termine della vestizione, su Componidori oltrepasserà la soglia. L’inizio del rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe annunciano l’imminente inizio della gara. Alla corsa partecipano 120 cavalieri selezionati fin dal 1980, dall’associazione sportiva dilettantistica “Cavalieri Sa Sartiglia”.
Dopo la vestizione de su Componidori, il corteo dei cavalieri elegantemente rivestiti degli antichi costumi della tradizione spagnola e sarda, guidati dal capo corsa, dai trombettieri, dai tamburini e dal Gremio dei Contadini la domenica e dai Falegnami il martedì, si avvia verso la via che porta alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Questo è il momento più avvincente della manifestazione.L’abbraccio della città e la calorosa partecipazione dei turisti arrivati da tutte le parti del mondo, è enorme. Fra tutti, colpisce su Componidori, il principe del torneo che per un giorno, è al centro dell’attenzione di tutto il popolo presente, con la sua imponenza ed eleganza.Su Componidori è eletto dal Consiglio direttivo del Gremio nel giorno della purificazione della Madonna. Nel percorso, vanno avanti gli “Obrieri” del Gremio e i cavalieri che, a due passi dal Duomo, si cimentano in una scatenata corsa, verso la stella. Spetta al Componitore, capo assoluto della corsa, scegliere i cavalieri ai quali sarà concesso cimentarsi nella corsa alla conquista dell’emblema e consegnare loro la spada.Un insieme di suoni, luci e colori, n’esalta il successo. C’è sempre una simbiosi perfetta fra il cavallo e il cavaliere a conclusione della gara: ritto in sella, con la spada in pugno, il cavaliere saluta la folla dopo aver centrato la stella.Alla fine della gara, il Componidori, scortato da due aiutanti, benedice la folla con un mazzo di viole “sa pipia de maju”, segno dell’imminente primavera, che si spera porti tanta prosperità al popolo. Quella è l’ultima corsa che si svolge di fronte al Duomo, prima della “Pariglia”: il Componitori corre supino in sella al suo cavallo, mentre la folla, partecipe, applaude.Solo in quel momentola Sartigliapuò dirsi conclusa e la manifestazione in quell’anno può essere irrevocabilmente tramandata alla storia e alla memoria della città di Oristano e alla Sardegna tutta.

IL GIOCO EQUESTRE: UNA STORIA CHE VIENE DA LONTANO

Ogni volta che si legge la storia della Sartiglia, uno rimane affascinato, come se fosse sempre la prima volta. La storia di questo gioco equestre è parallela a quella della città d’Oristano: una ricostruzione del passato, introdotta e sostenuta dagli oristanesi, che corrisponde al succedersi, nel corso dei secoli, alle varie dominazioni della Sardegna Sartiglia, Sartilla o Sartillia, deriva dallo spagnolo "Sortija", in altre parole, vuol significare "Anello". Questo gioco equestre che si svolge due volte l'anno (l'ultima domenica e l'ultimo giorno di carnevale), arriva da molto lontano.Secondo gli storici furono i Crociati a introdurre le gare cavalleresche in Occidente fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa in Oriente, nel periodo che va, dalla prima alla terza Crociata.La Sartiglia, si pensa sia arrivata assieme alla "Quintana" di Foligno e alla corsa del saraceno della città d'Arezzo.Per quanto ci riguarda, è certo che questa gara equestre è arrivata in Sardegna attraverso la Spagna, dove, prima degli spagnoli, la praticano i Mori. Nelle regole riportate dagli antichi storici di Milizia, si scopre che il gioco dell'anello si basava nel sospendere, alla fine del percorso stabilito (ad altezza d'uomo e cavallo), un anello che il cavaliere in corsa doveva infilzare con la lancia o la spada. Per gli spagnoli, questa corsa a cavallo diventava la Sartiglia, e fu praticata alla Corte del Giudicato d'Arborea. Non si esclude che si svolgesse anche prima dell'arrivo degli Aragonesi.

Si narra, visti i legami di parentela esistenti fra Arborea ela Corte d'Aragona, che i Giudici Cavalieri si trasferirono per un certo periodo di "educazione alla vita di corte e alle armi", presso gli Aragona.In Italia, i primi a praticare questo tipo di gara equestre, furono i pisani, anche grazie a Ugo Visconti, rientrato da una spedizione in Terrasanta.Secondo le "Cronache Pisane" del Concioni, già nel medioevo, nella città di Pisa, si correva la Sartiglia, ritenuta d'origine sarda. Se poi, andiamo a esaminare attentamente ogni dettaglio della Sartiglia, ritroviamo motivi tipici della giostra e del torneo, che avvalorerebbe successive contaminazioni con i giochi militari germanico - latino. Nel Regno di Napoli e Sicilia, fu Carlo I D'Angiò, dopo il 1266 (in pratica dopo la conquista dei due regni), a introdurre il "gioco delle lance" e la corsa equestre. Più tardi, questi giochi si diffusero in tutta la Penisola. Mariano II d'Arborea, durante la sua permanenza da Carlo D'Angiò (1300 - 1302) a Firenze, svolse la sua educazione di vita, non trascurando ogni forma di divertimento con la nobile gioventù fiorentina. In Toscana Mariano II, andò a nozze con la giovane figlia di Andreotti Saraceno e la condusse a Oristano, dove - secondo gli studiosi del passato - per festeggiare quest’importante avvenimento, offrì al popolo sardo (secondo l'usanza) spettacoli, balli, divertimenti vari e giochi equestri.
Con le nozze d’Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria, e di Beatrice con il conte Barbona, si ripeterono quei festeggiamenti.Nello stesso periodo in cui la Sartiglia, dalla Sardegna, approdava a Pisa, dalla città toscana fu introdotto nell'isola, il Palio "sa corsa de su pannu".Secondo alcuni studiosi, la più antica testimonianza della giostra all'anello, risalirebbe al 1371 e si svolgeva a Narni, in provincia di Trani, dove tuttora si corre in occasione della festa di san Giovenale. In tempi più recenti, specie nel Campidano, il Palio ha assunto una grande popolarità. Lo storico Cetti, nella sua "Storia naturale della Sardegna (Sassari, 1777), scrive: " da tempo immemorabile si corre per i drappi in tutto il Regno di Sardegna, con un’universalità che non vi è altrove, poiché non v'è casale fosse ancora di soli 50 fuochi, ove non si corra almeno una volta all'anno". L'Ardia di Sedilo, nota come la festa in onore di San Costantino, secondo gli storici, potrebbe essere una derivazione di questo gioco equestre importato.Perciò, si potrebbe affermare che l'introduzione della Sartiglia di Oristano, potrebbe essere datata al XIII secolo. In pratica, prima dell'invasione aragonese, e non come vuole la tradizione popolare, intorno al XVI secolo.

SARDEGNA/CON LA CANDELORA SI APRE UFFICIALMENTE IL RITO DELLA SARTIGLIA
SCELTI I COMPONIDORIS E CONSEGNATI I CERI BENEDETTI
INIZIA LA GRANDE FESTA PER
IL 26 E 28 FEBBRAIO A ORISTANO


di Ennio Porceddu
(4-2-2017) Come da tradizione il 2 febbraio si è celebrata la Candelora. A Oristano(foto dal web vestizione per la Sartiglia) la ricorrenza coincide con il primo atto ufficiale della Sartiglia.I presidenti dei Gremi dei Contadini e dei Falegnami hanno consegnato i ceri benedetti ai Componidoris Sergio Ledda e Giuseppe Sedda che guideranno la prossima Sartiglia che si terrà il 26 e 28 febbraio.La Candelora da sempre rappresenta uno dei momenti più intensi della Sartiglia.Sono molti gli oristanesi che sin dalle prime ore del mattino hanno partecipato alle cerimonie e alla festa che ha celebrato il primo vero atto della nuova Sartiglia. Si è iniziato con le messe celebrate nella Chiesa di San Giovanni dei Fiori e nella Cattedrale di Santa Maria durante le quali sono state benedette le candele poi donate alle persone più vicine ai gremi. Tra i primi a ricevere in dono la candela benedetta l’Arcivescovo e il Sindaco di Oristano che è anche Presidente della Fondazione Sa Sartiglia.L’antico rito della Sartiglia ha assegnato ai presidenti dei Gremi (s’Oberaiu Majori del Gremio dei Contadini Gianni Obino e il Majorale en Cabo del Gremio dei Falegnami Mauro Licheri) il compito di ufficializzare la scelta dei rispettivi Componidoris proprio con la consegna, ai cavalieri prescelti, del cero benedetto (con i fiocchi rossi quello dei contadini e rosa e celesti per quello dei falegnami).La consegna dei ceri, è stata scandita dalle musiche dei tamburini e dei trombettieri, è accompagnata dall’invocazione “Santu Giuanni t’aggiudidi” da parte de s’Oberaiu Majori dei Contadini e “Santu Giuseppi t’assistada” dal Majorale en Cabo dei Falegnami.


LACONI /SARDEGNA Come da tradizione, anche quest’anno, tra oggi e domani ( 16 e il 17 gennaio 2017), si consuma il rito dell’accensione de “Su Fogone de Sant’Antoni”
SANT’ANTONIO DE SU FOGU
IL SANTO PROTETTORE DEL FUOCO

di Elisabetta e Ennio Porceddu
Di questo rito, ne abbiamo già parlato in questo giornale, scrivendo che la festa di S. Antonio "è totalmente intrisa di fede e spiritualità proponendosi quale momento di grande partecipazione popolare, essendo la festa più intima e paesana". Tutto ha inizio con la ricerca dei tronchi che, le compagnie dei “fedales”, fanno negli ultimi mesi dell’anno. Abbiamo scritto che nel mese di gennaio ogni compagnia, dopo banchetti, musica e balli, non solo tipici sardi, procede al rito del trasporto del proprio tronco, al ritmo della singolare invocazione “Sant’Antò toi do”, fino al piazzale della chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate .Nel paese natio di Sant'Ignazio, la sera del 16 gennaio, il Santo, che richiama riti pagani e credenze cristiane, è portato in processione dalla chiesa di Sant’Ambrogio, dove solitamente si trova, alla chiesetta intitolata al taumaturgo protettore del fuoco.Nella piazza antistante al tempio cristiano è acceso "Su Fogòne", in campidanese su fogaroni: un grande falò, che brucia per diversi giorni. Attorno al fuoco si balla al suono della fisarmonica, mentre altri piccoli falò illuminano la notte dei rioni e nelle borgate. Le compagnie che portano al Santo "su fogone" sono sempre composte da centinaia di persone. Come ci dicono quelli della locale pro loco, la festività di Sant'Antonio ha anche un altro risvolto, dato dalla degustazione dei prodotti alimentari di questa terra.Durante la celebrazione vengono offerte degustazioni di carne, vino, formaggio e, soprattutto, "su pani' e saba" il pane di saba, un dolce della tradizione del'isola.Centro della festa è la chiesa di S. Antonio Abate situata nella parte alta di Laconi, alla fine di una ripida salita.L’edificio, di fattura piuttosto semplice, fu costruito in alto medioevo, e, attorno ad esso, si sviluppò, già prima dell'anno mille, il più antico nucleo abitativo del paese. Nell' altare della chiesetta è esposta una statua raffigurante il Santo, che la tradizione attribuisce ad uno sconosciuto scultore locale del XVII secolo. La festa di Sant’Antonio abate, il santo del fuoco, è senza dubbio un giorno solenne molto sentito dai laconesi e dagli immigrati che, per l’occasione, rientrano al paese natio, per prendervi parte.La devozione al santo è lo spunto per dare via alle manifestazioni del carnevale. Spesso vi partecipano i Mammuthones con i loro caratteristici costumi che sembrerebbe che risalgano alla tradizione millenaria dei nuragici.

Chi era Sant’Antonio?
Il santo nasce a Eraclopoli in Egitto nel 251. E’ vissuto da eremita nei pressi del Nilo e nel deserto di monte Qolzum, nelle vicinanze dl Mar Rosso, dove mori ormai ultracentenario. Questo “padre dei monaci” è ricordato, come scrive, V. Camboni, oltre che per la sua documentazione di fede, anche per essere stato l’inventore della vita semianacoretica del monachesimo.La leggenda lo lega al fuoco. Si racconta che il santo angosciato dalle misere condizioni in cui erano costretti a vivere gli uomini, esposti al freddo e a cibarsi di carne non cotta, scese all’inferno per impossessarsi del fuoco. Secondo la leggenda Sant’Antonio riuscì a prenderne con l’inganno e nasconderlo nel suo bastone di ferula. Il fuoco, lo dono poi a tutta l’umanità.

LA CHIESA
La chiesa di S. Antonio Abate è situata nella parte alta del piccolo centro, dopo una un ripida salita. L'edificio, di lavorazione piuttosto semplice, venne costruito in stile romanico ma fu poi rimaneggiato durante il XVIII. È caratterizzato da una pianta rettangolare articolata in una sola navata."La modesta facciata accoglie un ampio portale ligneo ad arco a tutto sesto con cornice, sovrastato da un raffinato rosone circolare con cornice modanata. Sul semplice tetto a capanna spicca una piccola croce". All'interno della chiesa è conservata una bella statua di S. Antonio Abate.


Nel 1960 ha partecipato al festival
nazionale della Canzone di Cagliari con "Ju Ju Juliette" interpretata da Tony Renis
GAVINO SORO,
IL CANZONIERE SASSARESE


di Ennio Porceddu
(11-11-2016) Gavino Soro ho avuto l'occasione di sentirlo nel 1971, in occasione del 3^ Usignolo D'Oro 1971 per la finalissima che si è tenuta al teatro Massimo di Cagliari. Partecipava come compositore con la canzonetta "Ninna nanna a Biancaneve". Io avevo curato la produzione discografica per la mia etichetta Hardy Record (le dodici canzoni finaliste furono incise su un disco LP).Poi, ho avuto modo di risentirlo in occasione del Festival dei bambini " La Palma d'Oro" nel 1975, organizzato da chi scrive con la preziosa collaborazione di Antonio Linoti, e, diversi mesi fa su F.B.Tra i suoi brani più famosi di Gavino Soro, voglio ricordare "ju ju juliette", ancora oggi il suo grande successo internazionale, canzone vincitrice del primo premio al festival di Cagliari (1960), grazie alle voci di Tony Renis e Gino Corcelli con l'Orchestra Kramer.Di questa canzone c'è stata poi, una versione interpretata dal cantante messicano Enrique Guzman, con il titolo latino di "ju ju julia".Gavino Soro, nel corso di questi anni ha dedicato la sua attenzione poetico-musicale al dialetto sassarese, rendendosi promotore della tutela dell'uso del dialetto come lingua dei brani musicali (più di 50 brani). Per raggiungere quest'obiettivo, ha avuto l'ausilio, per diversi brani, del poeta sassarese Raimondo Sanna.Trasferitosi a Milano, negli anni '70 si è dedicato alla produzione musicale, con l'etichetta VoxSar, lanciando tanti complessi e cantanti sassaresi con dischi da lui stesso realizzati (tra cui troviamo la Mirinzana, interpretata dal Trio folk Sassari e Drommi drommi), grazie alle sue conoscenze nell'ambiente discografico.In seguito ha realizzato su cd e musicassette il Canzoniere Sassarese contenente i più grandi interpreti della canzone dialettale, tra i quali Ginetto Ruzzetta e Giovannino Giordo. Ha, inoltre, realizzato canzoni dedicate al mare sardo. Tra queste ricordiamo "Benvenuti in Sardegna" (brano scelto come sigla dell'emittente radiofonica "Radio internazionale Costa Smeralda").Nato a Sassari il 14 ottobre del 1930, vive a Milano, ma rientra molto spesso nella sua città natia.Vivendo a Milano, negli ultimi anni, ha composto molte canzoni dedicate a questa città, brani inseriti sul cd "Canta Milano", distribuito in tutta la Lombardia con vendite che hanno superato le 50.000 copie.Gavino Soro è attualmente presente su FB e su You Tube con le sue numerose canzoni, molte interpretato da lui.


NUOVA TECNICA RIVOLUZIONARIA
IN SARDEGNA

Da oggi è possibile operare
la cataratta con il laser


di Ennio Porceddu
(13-10-2016) Nei giorni scorsi siamo andati a intervistare l'oculista-chirurgo Dott. Giorgio Mattana specialista negli interventi sulla cataratta e che opera in diversi centri dell'Isola, per saperne di più sulla nuova tecnica rivoluzionaria eseguita con il laser.
Dottor Mattana ci può spiegare qual è la differenza tra il Laser e l’attuale tecnica di facoemulsificazione ad ultrasuoni ?
Con la tecnica attuale tutte le fasi chirurgiche sono eseguite dalla mano del chirurgo mentre con la nuovissima tecnica Laser la maggior parte dei passaggi chirurgici sono eseguite da un Laser guidato da un computer precedentemente impostato dal chirurgo con i dati del paziente.
Di conseguenza aumenta la precisione dell’intervento e diminuiscono anche se non sono annullati i rischi chirurgici dato che i tagli corneali, l’apertura della capsula anteriore che avvolge il cristallino catarattoso e la frantumazione della cataratta non vengono eseguite da mano umana, ma da un computer tarato sulle caratteristiche peculiari del paziente.
Il chirurgo interverrà in una fase finale con l’aspirazione dei residui catarattosi e l’impianto del cristallino artificiale di tipo Premium.
Quali sono le caratteristiche delle lenti Premium?
Le lenti Premiun permettono di correggere:
- Astigmatismo (lente Toriche)
- Ipermetropia e Presbiopia (lente multifocale)
- alta miopia (lente con filtro protettivo ai raggi UV).
Pertanto, nell’intervento di cataratta la rivoluzionaria tecnica Laser associata alle lenti premium permette di eseguire un intervento di tipo refrattivo con la contemporanea correzione dei disturbi visivi di miopia, ipermetropi astigmatismi e presbiopia.
La tecnica Laser rispetto all’attuale facoemulsificazione a ultrasuoni (che resta sempre una tecnica valida e sicura) garantisce un'assoluta precisione e sicurezza nelle varie fasi chirurgiche e una contemporanea risoluzione dei difetti visivi con l'eliminazione di occhiali e lenti a contatto.

Nella penisola esistono altri centri che adottano questa tecnica?
Esistono pochi centri in Italia, dove si opera la cataratta con il Laser e ora anche in Sardegna è possibile essere operati da me nell’unico centro di Cagliari dotato di quest'avveniristico Laser.
Lo voglio sottolineare -
precisa dott. Mattana - l’intervento di cataratta con il Laser è un intervento Solvente, cioè completamente a pagamento a causa del modernissimo macchinario Laser utilizzato e per l’altissima qualità delle lenti intraoculari impiantate per la correzione dei vizi visivi con la conseguente eliminazione di occhiali e lenti a contatto. Per saperne di più vai sul sito www.oculista-giorgiomattana.com, oppure invia una email a : mattana.gior@tiscali.it.


Amacord del maestro maddalenino Nino Abis scomparso nel 2015. Era un eccellente insegnante e compositore. Collaborò con chi scrive e con diversi artisti tra cui Mina e Claudio Villa
GIOVANNI ABIS

di Ennio Porceddu
(19-9-2016) Lo avevo conosciuto nel lontano 1970. Per lui avevo composto diversi testi di canzoni (circa una quindicina), alcune in lingua spagnola. Nel 1972, l'edizione musicale Suono di Mestre/Venezia ci pubblicò la canzone "Senza fede", in repertorio da alcuni complessi musicali (così si chiamavano allora i gruppi musicali) e programmata a Radio Sardegna. Poi fu la volta di "Mi ricordo bambino) incisa su dischi Galletti/Boston di Faenza nel 1972 dal gruppo quartese "La Nuova Era", produttore chi scrive: canzone che ha fatto il giro del mondo con un ottimo successo ed è stata riproposta da diversi artisti internazionali nel 1982 e 1992 (Canada, Argentina).Poi, “Viva la Palma” (Porceddu - Abis) sigla ufficiale del Festival Nazionale dei bambini “La Palma D’Oro”, svoltosi a Cagliari negli anni 1975/1976 e organizzato sempre da chi scrive con la collaborazione di Antonio Linoti, noto manager e padre della cantante Silvana. La sigla del festival è incisa su disco LP dall’etichetta discografica Polimusic.I brani “Nostalgia di Napoli” e “ Na musica è l’ammore” (Edizioni musicali Galletti/Boston), hanno fatto parte dei Festival della Canzone Napoletana.Il caro amico Giovanni (Nino per gli amici) è morto nella sua abitazione di Via Cairoli a La Maddalena sabato 31 ottobre 2015 .Aveva 87 anni.Nella sua vita c'era tantissima musica nel sangue: Compositore di musica, autore di un sistema d’insegnamento all’uso della chitarra oggi comunemente usato.Durante gli anni della maturità artistica Abis, oltre ad occuparsi dell’insegnamento, era entrato in contatto anche con i più grandi cantanti della musica leggera italiana, come il Trio Lescano di cui aveva composto una canzone per il trio Lescano: La pensione do re mi , Mina, Claudio Villa e altri.Nino era molto conosciuto in Sardegna e in Corsica.A metà degli anni Settanta, con spirito antesignano, aveva organizzato una seguitissima radio locale, praticamente la prima della Gallura costiera, ‘Radio Maddalena’ e successivamente una tv privata, nei cui studi si sono fatti le ossa numerosi giornalisti isolani che oggi collaborano con le testate giornalistiche regionali e nazionali.Compositore, diplomato al Conservatorio di Sassari. Insegnante nominato per i corsi corali e Polifonici, dal Provveditore. Cattedra di Musica alle scuole medie, insegnante di pianoforte alle Magistrali. Eclettico e virtuoso suonatore di diversi strumenti musicali. Diplomato in armonia all’Accademia di Roma.Nato a La Maddalena, nel 1928, Giovanni Abis, ha composto oltre mille canzoni, diverse centinaia pubblicate dai più grandi editori e notissimi della Galleria Del Corso di Milano. Più di cento, pubblicate dalle Messaggerie Musicali e Sugar - Caselli.Ha inciso col suo gruppo musicale con la Bentler, Combo, Nuraghe, per la Philips francese, uno spot pubblicitario, e per la televisione francese ”Bonne nuit les petits”.Il famoso spot “Cin, Cin Cinzano”, e quello della lama Bolzano, sono stati composti dal maestro Abis.Nella rassegna annuale UNCLA-RAI (in anni diversi), i brani del compositore maddalenino, conquistano i primi posti: “Fogu” (1° classificato); “Curri Curri” (3° classificato); “Alta marea” (2° classificata). Altri, invece, hanno avuto degli ottimi nelle finalissime trasmesse in diretta da Radio-RAI. I brani succitati, sono al successo discografico da Vittorio Inzaina.Il maestro Abis, ha curato gli arrangiamenti di diversi brani registrati da Pino D’Olbia (al secolo Giuseppe Fadda).Su incarico della Bentler-Rampordi-Zig Zig-Guerrini di Milano, ha diretto l’orchestra napoletana durante l’esibizione del cantante Milk che interpretava una canzone del gruppo editoriale milanese. Al concorso nazionale “Tre canzoni da lanciare”, si sono classificate Al primo e secondo posto con i brani: “Addio signora” e “ Non t’ascoltai”.Giovanni Abis, non è solo un compositore, ma anche un talent scout. Diversi i giovani che l'Abis, ha preparato e presentato a manifestazioni importanti: Castrocaro, Città di Milano e Sanremo.Alla fine degli anni ’70, Giovanni Abis, ha lanciato livello nazionale gli “AXIS”, un gruppo maddalenino che aveva una certa notorietà nel nord della Sardegna, con l’aiuto dell’amico G. F. Reverberi. (direttore d’orchestra, produttore discografico e direttore della R.C.A.). Voglio ricordare che il maestro Reverberi ha lanciato tanti artisti, tra i quali i genovesi Lauzi, Tengo, De André, Paoli e New Trolls.I tre brani registrati dagli “AXIS” portano la firma del compositore maddalenino: The Lonely man, “I look in the round”, Don’t i game tomorrow”.Per dovere di cronaca riportiamo la formazione degli “AXIS”: Francesco (sax e voce), Paolo (Tastiere), Umberto (chitarra solista e basso), Santo (batteria).

Alcune tracce discografiche
Coro “I Canterini Kalaritani” diretto da Ennio Porceddu
Viva La Palma (disco 33 giri Hardy, 1975 - sigla ufficiale del 1° festival dei bambini La Palma D’oro 1975.
Coro “I Canterini Kalaritani” diretto da Ennio Porceddu
Viva La Palma (disco 33 giri Polimusic, 1976 - sigla ufficiale del 2° festival dei bambini La Palma D’oro 1976.
Nuova Era
Mi ricordo bambino
(disco 45 giri Boston, 1972)


Festa di Sant’Ignazio a Laconi
IL PROGRAMMA DEI FESTEGGIAMENTI

di Elisabetta Porceddu
(26-8-2016) Sono migliaia i pellegrini attesi a Laconi, in provincia di Oristano, per i “Festeggiamenti dedicati a Fra Ignazio“, che si svolgeranno dal 27 agosto al 31 agosto 2016. Amatissimo in Sardegna, Fra Ignazio da Laconi apparteneva all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e visse per 40 anni da questuante a Cagliari in assoluta povertà. Fra Ignazio è stato proclamato Santo da Pio XII il 21 ottobre 1951. Tanti gli eventi in calendario, sia religiosi che civili. Vediamo questi ultimi oltre alla grande processione di mercoledì 31 agosto 2016.
Sant’Ignazio è il Santo sardo più venerato dell’Isola e i festeggiamenti in suo onore si tengono nel mese di agosto richiamando a Laconi oltre 70.000 visitatori. Per circa una settimana giungono a Laconi pellegrini da ogni parte della Sardegna e anche dall’estero per pregare nella casa natale del Santo, chiedere o ringraziare per la Sua intercessione, e per recarsi nella chiesa parrocchiale a Lui dedicata. Oltre ai riti religiosi che si susseguono senza soluzione di continuità per circa una settimana, l’amministrazione organizza varie manifestazioni di intrattenimento, con serate musicali, avendo cura di non trascurare gli aspetti legati alle tradizione sarde quali i “Cantadores a Ottava” e a chitarra, i Tenores, i Gruppi Folk e quant’ altro caratterizzi la cultura Etno-Musicale della Sardegna. E’ importante sottolineare che questa festa è un volano per l’economia laconese in quanto costituisce una vetrina per le peculiarità turistiche del paese; infatti i visitatori consumano i prodotti locali, si intrattengono presso il Parco Aymerich e visitano l’ormai noto Museo delle statue Menhir. Il 30 agosto, si tiene la processione con le reliquie del Santo, provenienti dalla chiesa di Sant'Ignazio a Cagliari, a cui partecipano migliaia di fedeli, preceduti da cavalieri in costume e da numerosi gruppi folcloristici e confraternite di varie località dell'Isola. La notte è riservata alle iniziative culturali e ricreative: cantanti, cantautori, gruppi musicali, teatro, serate di folclore sardo, nazionale ed internazionale. In tante parti del paese vengono allestite mostre di pittura, scultura e fotografia, una mostra mercato dei prodotti agroalimentari ed artigianali del territorio e altre iniziative di promozione turistica, con visite guidate verso i siti archeologici più importanti.

Programma della Festa di Sant’Ignazio da Laconi

Sabato, 27 agosto 2016
•ore 22,30 – Alessandro Bianchi + Banda bandea in concerto
•ore 00,30 – Schiuma party e notte colorata
•ore 10,00 – Raduno auto d’epoca, a cura dell’associazione auto-moto d’epoca Sardegna e Mini club Sardegna)
•ore 17,00 – Tombola e giochi per bambini
•ore 19,00 – Sfilata maschere tradizionali, con la partecipazione di Su Corongiaiu Laconi, Sa Maschinganna e Sa Maiaja, Sos Trajgolzo Sindia)
•ore 22,30 – Revolution in concerto
•ore 00,00 – Bisonte Meccanico
•ore 14,30 – Iscrizioni caccia al tesoro
•ore 15,15 – Caccia al tesoro
•ore 21,30 – Ballo latino “Non solo danza”
•ore 23,30 – Calcio balilla umano
•ore 21,30 – Canti sardi a chitarra
•ore 23,00 – Festa della birra con gadget + Karaoke con Mauro
•ore 19,00 – Solenne processione del Santo. Itinerario: Chiesa; Via Satta, Via G. Deledda; Corso Garibaldi; Via Maggiore; P.za Giovanni; Via Aldo Moro; Via Cavour; Via Santa Maria; Corso Garibaldi; Via S. Ignazio; la benedizione e il bacio della reliquia. Partecipano: i Carabinieri a cavallo; gruppi folk; confraternite e cavalieri.
•ore 22,00 – Serata folk con i gruppi folk: Fra Nicola da Gesturi, Montanaru di Desulo, Siurgus Donigala, Santa Barbara di Gadoni, Tziniga di San Vero Milis, Franciscu Lai di Laconi, Tradizioni Popolari Sant’Ignazio da Laconi. Accompagnati dai suonatori Sergio Putzu e Giampaolo Melis.
•ore 00,30 – Estrazione lotteria


UN PITTORE CON LA
SARDEGNA NEL CUORE
ENRICO CASTAGNINO

di Ennio Porceddu
(16-7-2016) Nato a Cagliari nel 1856, dopo che suo padre Cesare si era trasferito con tutta la famiglia, da Chiavari nel capoluogo sardo per impiegarsi presso una nota caffetteria del centro.Il giovane Enrico, molto dotato per la pittura, inizia presto a interessarsi d’arte ed a introdursi nell’ambiente isolano. Prima come mercante d’arte, poi come arredatore e organizzatore di mostre e avvenimenti artistici e culturali.Le sue prime opere a olio risalgono al 1881. Secondo la critica del tempo, il giovane Castagnino ha una vita avventurosa, viaggia molto e per un certo periodo lascia la Sardegna per approdare a Napoli.Non mancano, però, anche i viaggi all’estero.Durante questi viaggi, l’artista ha modo di cogliere l’occasione per dipingere alcune tele di straordinaria bellezza, tra cui “Paesaggio nordico”, un olio della seconda metà degli anni ottanta.Enrico Castagnino ottiene ottimi successi con i paesaggi, ma si cimenta anche col figurativo: straordinaria opera “Marina con cappelletta e dama in preghiera”.Nell’altro olio di grande pregio "Testa di cane” si evidenzia una fusione tra luce e colore. Quest’ultima opera, come le altre, sono ispirati a soggetti di G. Battista Quadrone, un pittore piemontese che era solito scendere in Sardegna, non solo perché attratto della nostra terra, ma anche per esporre le sue opere.Nel1899, inoccasione della visita dei reali Umberto e Margherita di Savoia, il pittore cagliaritano cura l’addobbo del palazzo Reale. Per l’artista quell’ultimo decennio è il più importante della sua esistenza.All’apice del successo i suoi lavori sono molto richiesti in ogni parte del mondo (Monaco, Francia, Inghilterra, America, Germania).Tra le sue opere più importanti troviamo “Paesaggio sardo con torrente, "Fanciulla in costume campidanese”, “Madonna di Bonaria”Autoritratto”.Colpito da una malattia incurabile, Enrico Castagnino, dopo aver smesso di lavorare, muore in miseria dimenticato da tutti l’11 febbraio 1918.


EFISIO, IL SANTO DI TUTTI I SARDI
IL PRIMO MAGGIO TORNA LA 360^ SAGRA DEL MARTIRE SANT'EFISIO

di Ennio Porceddu
(29-4-2016) Quando al giovane Efisio di Elia, originario della Siria fu investito del grado di capitano dell'esercito di Diocleziano, non avrebbe mai immaginato che questo lo avrebbe portato a perseguitare i cristiani e ad imbarcarsi per l'isola di Sardegna dove si sarebbe convertito al cristianesimo e incontrato, poi, i più duri tormenti della sua vita presso Nora (Pula) il 15 gennaio 286, e la felicità eterna che lo ha innalzato tra gli eletti al cospetto di Dio.Efisio non avrebbe mai immaginato, di diventare il santo di tutti i sardi: un santo martire che fa parte di noi stessi, perché è un eroe della fede cristiana a cui siamo magicamente attratti e devoti da 360 anni e che, come afferma qualcuno, ormai conserviamo nel nostro dna.

Efisio è il santo alla quale non possiamo farne a meno. Il nostro santo è anche spiritualità e devozione per chi in momenti difficili della nostra esistenza si è prodigato per salvarci quando la municipalità di Castrum Caller l'aveva invocato perché intercedesse per salvare la città dalla "febbre pertilenziale" che assediava la popolazione in una morsa senza scampo. Il 4 marzo del 1656 si riunì il Consiglio Generale per affidare ancora una volta la salvezza della città al santo. Cosa che avvenne, non solo per Cagliari ma per tutte le città e i paesi della Sardegna.Sant'Efisio intervenne per la seconda volta quando nel 1793 i francesi cercarono di impadronirsi di Cagliari, facendo naufragare, come un autentico tsunami, le loro navi.La terza volta è quando Cagliari sotto i bombardamenti, che dopo tanto dolore e disperazione, fece germogliare il seme della speranza, nella via della speranza e della rinascita.Tre momenti che Cagliari non può scordare, come Efisio non ha mai dimenticato quando a Vrittarnia, una notte udì un rumore terrificante che lo tramortì, assieme ai suoi soldati e poi vide fra le nuvole una scintillante croce e una voce che lo chiamava alla verità: "Oh Efisio donde vieni e donde vai?". Quando Efisio si presenta, la voce gli dice: "Oh Efisio, anche tu verrai a me per mezzo della palma del martirio". Efisio alla voce venuta dal cielo gli chiede: "Chi sei che mi parli in questo modo ?". " Io sono colui che tu perseguiti figlio di Dio Vivo".

A quel punto una croce luminosa s'imprime nel palmo della mano in segno di beatificazione al Signore Dio.Da allora, Sant'Efisio ritorna tutti gli anni, anzi diciamo, senza ombra di smentita, che è sempre con noi, ma è emozionante vederlo sfilare tra le ali di folla trascorrere momenti di felicità con la gente che lo ama e che lo porta nel luogo del suo martirio ogni primo maggio da 360 anni.Molti scettici, dicono che Efisio è un santo mai esistito che e appartiene alla fantasia popolare, ma i sardi e i cagliaritani non sono d'accordo e continuano con grande fede e devozione ad amare il loro santo, ora è sempre.Mentre per gli italiani il primo maggio è la festa del lavoro a Cagliari, questo giorno, una moltitudine di credenti (e di giovani laureati non occupati nella speranza che Sant’Efisio faccia il quarto miracolo per loro), accompagna in preghiera il cocchio dorato del santo muovendosi dal centro di Cagliari verso la località di Nora, dove fu decapitato, per rientrare, come sempre, in città il 4 maggio a tarda sera. Anche con il tempo incerto, i fedeli e i turisti arrivano da tutte le parti del mondo per assistere alla più importante festa religiosa e di popolo della Sardegna e del Mediterraneo.

Il corteo parte dalla chiesetta Sant'Efisio di Stampace alle 12,00 e si snoda nelle vie principali del centro di Cagliari scortando il simulacro del santo. Forse per quanto riguarda il percorso ci saranno dei problemi, salvo che, il sindaco non ripulisca Corso Vittorio Emanuele dal cantiere che ora lo occupa.Le traccas, migliaia di costumi sardi, i cavalieri e i miliziani, la Guardiania e l’Alternos fanno da cornice alla grande sagra del santo protettore della città di Cagliari. La sagra di Sant’Efisio (sant’Efis per i sardi), è la più amata, la più festeggiata, la più ricordata.E’ da oltre tre secoli e mezzo che si continua a parlare di questo Santo che è rimasto nei cuori e nelle menti dei sardi e dei cagliaritani in modo particolare e per così tempo si continua, ogni primo maggio, a ricordare le sue prodigiose imprese e ad amarlo e venerarlo per le cose che ha fatto per la sua città. Cagliari, in ginocchio per confermare un grazie tangibile.


SI E' SPENTO IL CANTAUTORE GIANMARIA TESTA
Era molto amato in Italia e in Francia: aveva 57 anni e un cancro di cui
lui stesso aveva parlato l'anno scorso


di Ennio Porceddu
(30-3-2016) Un tumore di cui lui stesso aveva parlato pubblicamente l’anno scorso gli è stato fatale. Testa aveva 57 anni ed era nato a Cavallermaggiore in provincia di Cuneo, nel 1958. Oltre che in Italia è molto popolare anche in Francia, dove era anzi diventato famoso ancor prima che in Italia. Il Corriere della Sera l’ha definito un "cantautore letterario" e, tra le altre cose, Testa era amato per l’essenzialità dei suoi testi.Giamaria Testa era figlio di agricoltori, ha studiato musica da autodidatta, iniziando a suonare i primi accordi di chitarra. Il suo primo lavoro non ebbe però a che fare con la musica: diventò infatti, ferroviere e poi capostazione a Cuneo (una professione che per alcuni anni mantenne insieme a quella di musicista). Nel frattempo entro a far parte di un gruppo, poi continuò a suonare, da solista.Negli anni Novanta partecipò per ben due volte al Festival musicale di Recanati, dedicato ai cantautori emergenti: Il suo primo disco "Montgolfières" usci in Francia nel 1995. Un anno dopo pubblicò, sempre in Francia, il suo secondo disco: "Extra-Muros". Sempre in quegli anni si esibì per la prima volta all’Olympia, il famoso teatro parigino.Nell’ottobre del 2000 realizzò "Il valzer di un giorno", il primo disco di Testa interamente realizzato e prodotto in Italia. Nel 2006 Testa aveva dedicato un intero album al problema degli emigranti "Da questa parte del mare”. Il cantautore aveva anche fatto teatro: "18 mila giorni", e, "Il pitone". Poi, nel 2012 aveva pubblicato il suo primo libro "Ninna Nanna dei sogni", edito da Gallucci editore. L’ultima produzione discografica di testa è "Men at work", registrato dal vivo durante alcuni suoi concerti. La sua carriera di cantautore a portato Testa ha esibirsi in più di tremila concerti in molte città europee, in Canada e negli Stati Uniti.Gianmaria Testa aveva parlato del suo male l'anno scorso un’intervista con il giornalista di Repubblica Michele Serra nel mese di maggio 2015. Per mesi l'aveva tenuto nascosto, aveva paura di "rompere le scatole alla gente".


Sa Chira Santa è il momento più emozionante della Sardegna e rappresenta uno dei momenti più profondi dell’anno. Durante la celebrazione della settimana Santa le confraternite organizzano diverse manifestazioni che ci portano a scoprire i tesori più interessanti dell'isola
LA SETTIMANA SANTA
Nella Settimana Santa (Sa Chida Santa), vengono celebrati gli ultimi giorni di Cristo, la passione, la morte e la sua resurrezione, in un susseguirsi di momenti di religiosità popolare accompagnati dai "gosos": canti tradizionali, detti anche "laudi" della Settimana Santa

di Ennio Porceddu
(17-3-2016) Con la benedizione delle Palme di domenica 20 marzo, quest'anno ha inizio,in tutta la Sardegna, la Settimana Santa( video). Un appuntamento di grande religiosità e d'intenso sentimento. E' il periodo più espressivo dell’anno liturgico e si celebra la Passione di Cristo,la Resurrezione, L’incontro (S’incontru) e lo Schiodamento (S’iscravamentu). Con la Settimana Santa tutta la Sardegna e il mondo cristiano e in festa. I momenti di religiosità le preghiere sono accompagnati da i "gosos".La storia dei gosos - scrive G. Dore - coinvolge tutta la storia della spiritualità e della pietà popolare sarda che affondano le loro radici, nella tradizione dei primi secoli del cristianesimo.Il termine più antico per indicare queste composizioni, è certamente "laudes"(lodare). "I Benedettini del XII secolo, lo attribuirono agli inni che erano in uso nella chiesa sarda e che vi trovarono quando sostituirono nelle loro chiese e monasteri, i religiosi greci.La Santa Pasqua è molto ricca ed emozionante e inizia Il giovedì che precede la celebrazione religiosa, i fedeli offrono e depongono sul sepolcro i fiori migliori e i bianchi vasi di grano germogliato al buio (Su nenniri), mentre la sera del venerdì Santo si svolge la cerimonia della deposizione della croce (su scravamentu). Al centro della chiesa è deposto un grande crocefisso, ai lati e dietro si dispongono la statua della Madonna vestita di nero e i nobili che impersonano San Giovanni Giuseppe D’Arimatea con numerosi giudei incappucciati coperti da una lunga tunica stretta alla vita. Da quel istante, il sacerdote illustra le fasi della passione e della deposizione di Nostro Signore Gesù Cristo.In tantissimi centri della Sardegna, le donne, che la notte di Natale avevano cantato in coro la “ninna nanna” al bambino Gesù, si dispongono intorno al Cristo morto e intonano “S’attidu”, con forma lamentosa “Cagliadebos creaturas, ca su mortu est fizu meu” (Tacete creature, che il morto è mio figlio).La domenica mattina, giorno di Pasqua, per le strade del paese si snodano due diverse processioni: una composta di soli uomini con la statua del Cristo; l’altra, formata di sole donne con la statua della Madonna velata di nero. Nel momento in cui, le due colonne si trovano l’una di fronte all’altra (S’incontru), il Figlio s’inchina per tre volte, davanti alla Madre, nel frattempo un confratello le toglie il velo nero. E’ l’attimo più emozionante della cerimonia mentre i presenti, ne rilevano l’importanza con spari e lancio di mortaretti (L’incontro è comune in tutte le parti dell’isola e non presenta nessuna variante). Le due processioni si riuniscono per proseguire appaiate fino alla chiesa dove saranno deposte le statue.
LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI

A Cagliari,la Settimana Santa è celebrata nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuove il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale. Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto. La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente verso la Cattedrale. Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce. Arrivata in Cattedrale,la Croceè presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo. Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata. Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “is cantoris” che, accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere. Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, si attua su scravamentu,al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine, prima di essere adagiato sulla lettiga. La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgono le processioni de “S’incontru” tra Gesù ela Madonna. Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.In alcuni rioni di Cagliari si assiste, nella Settimana Santa, alla processione del Nazareno che attraversa tutte le strade principali dove vivono i parrocchiani.

E' l'avvenimento più mitico della tradizione popolare sarda, a cavallo tra folclore sardo e spagnolo. La Sartiglia si tiene da domenica 7al martedì 9 febbraio 2016, giorno di chiusura del Carnevale nella città degli Arborea
LA SARTIGLIA DI ORISTANO

Per due volte all'anno si corre , nell'antica capitale del Giudicato d'Arborea, in Sardegna. una giostra equestre detta "la sartiglia, che vede la partecipazione di 120 cavalieri per la Corsa alla Stella nella quale cavalieri al galoppo gareggiano nell'infilare con una spada o una lancia, un anello o una stella sospesa ad una funicella
di Ennio Porceddu
(5-2-2016) Da Domenica 7 a martedì 9 febbraio 2016 si svolge a Oristano una delle più importanti manifestazioni popolari dell'Isola: la Sartiglia, una giostra equestre di antiche origini. Il 2 febbraio, giorno della Candelora, il Gremio nomina il Componidori e gli consegna per mano del più importante rappresentante, una candela benedetta ornata di un nastro con i colori sociali. Secondo la credenza popolare, segna la fine dell'inverno e l'inizio del Carnevale e che essa è di solito legata a elementi originari e retaggio di antichi riti agrari di fine d'anno.

Un pò di storia
La Sartiglia o Sartilla è un grande spettacolo di colori, simboli e metafore, dove tra il sacro e il profano, si mescolano culture, bravura e valori. L'espressione principe di un popolo: di quella borghesia sociale e culturale che prende il nome di Gremio.Secondo la credenza popolare, la Sartiglia sarebbe un rito agrario da cui si trarrebbero auspici per il nuovo raccolto: una ricorrenza della tradizione del popolo sardo che trae origini dalla fusione di cerimoniali stagionali legati all'agricoltura con elementi cavallereschi sostenuti dalla storia del costume della città di Oristano. "Il gioco dell'anello" o "il gioco della Quintana" è un torneo cavalleresco in voga anche in Europa nel XIII secolo, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel XVI, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per "dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato". Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l'associazione che era preposta all'organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi "su cungiau de sa Sartiglia".Per quanto si riferisce ancora alla Sardegna, si ha notizia di una corsa all'anello organizzata nel 1714 a Cagliari, in occasione della nascita di un principe spagnolo.La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l'evento). Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l'Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia.Per l'occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali). Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componitori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione. La vestizione è un'affascinante cerimonia, dove l'opera delle ragazze in costume sardo (is Masaieddas) sotto la guida dell'esperta Massaia Manna. E' fondamentale. Il momento della vestizione che vede il Componitore sopra un tavolo, assume un significato quasi sacrale. Vestito, con cilindro nero, mantiglia, una camicia con sbuffi e pizzi, il gilet, una larga cintura di pelle e una maschera che incornicia il viso con l'ausilio di una fasciatura di seta, sale a cavallo e non dovrà toccare terra sino alla fine della giornata e sino a quando non avverrà la vestizione. Espressione della purezza con la sua maschera quasi angelica.Al termine della vestizione, su Componitori oltrepasserà la soglia. L'inizio del rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe annunciano l'imminente inizio della gara.

Alla corsa partecipano 120 cavalieri selezionati fin dal 1980, dall'associazione sportiva dilettantistica "Cavalieri Sa Sartiglia".Dopo la vestizione de su Componitori, il corteo dei cavalieri elegantemente rivestiti degli antichi costumi della tradizione spagnola e sarda, guidati dal capo corsa, dai trombettieri, dai tamburini e dal Gremio dei Contadini la domenica e dai Falegnami il martedì, si avvia verso la via che porta alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Questo è il momento più avvincente della manifestazione. L'abbraccio della città e la calorosa partecipazione dei turisti arrivati da tutte le parti del mondo, è enorme. Fra tutti, colpisce su Componitori, il principe del torneo che per un giorno è al centro dell'attenzione di tutto il popolo presente, con la sua imponenza ed eleganza. Su Componitori è eletto dal Consiglio direttivo del Gremio nel giorno della purificazione della Madonna. Nel percorso, vanno avanti gli "Obrieri" del Gremio e i cavalieri che, a due passi dal Duomo, si cimentano in una scatenata corsa verso la stella. Spetta al Componitore, capo assoluto della corsa, scegliere i cavalieri ai quali sarà concesso cimentarsi nella corsa alla conquista dell'emblema e consegnare loro la spada. Un insieme di suoni, luci e colori, n'esalta il successo. C'è sempre una simbiosi perfetta fra il cavallo e il cavaliere a conclusione della gara: ritto in sella, con la spada in pugno, il cavaliere saluta la folla dopo aver centrato la stella. Alla fine della gara, il Compositore, scortato da due aiutanti, benedice la folla con un mazzo di viole "sa pipia de maju", segno dell'imminente primavera, che si spera porti tanta prosperità al popolo. Quella è l'ultima corsa che si svolge di fronte al Duomo, prima della "Pariglia": il Componitore corre supino in sella al suo cavallo, mentre la folla, partecipe, applaude.Solo in quel momento la Sartiglia può dirsi conclusa e la manifestazione in quell'anno può essere irrevocabilmente tramandata alla storia e alla memoria della città di Oristano e alla Sardegna tutta.

IL GIOCO EQUESTRE: HA ORIGINI MOLTO ANTICHE
Si pensa siano stati i Crociati a introdurla in Occidente, fra il 1118 e il 1200, dopo esserne venuti a conoscenza in Oriente, quindi supponibile di origine Saracena: una giostra che non è altro che una corsa equestre dove il cavaliere deve infilare , con la lancia o con la spada, una stella di metallo con un foro al centro, sospesa con una cordicella lungo un percorso ben definito , dai cavalieri lanciati al galoppo. Questa festa di popolo è anche detta "la corsa del saraceno", perché, secondo gli storici, in uso dai Saraceni per l'addestramento dei cavalieri alle armi.Ogni volta che si legge la storia della Sartiglia, uno rimane affascinato, come se fosse sempre la prima volta. La storia di questo gioco equestre è parallela a quella della città d'Oristano: una ricostruzione del passato, introdotta e sostenuta dagli oristanesi, che corrisponde al succedersi, nel corso dei secoli, alle varie dominazioni della Sardegna.Sartiglia, Sartilla o Sartillia, deriva dallo spagnolo "Sortija", in altre parole, vuol significare "Anello". Questo gioco equestre che si svolge due volte l'anno (l'ultima domenica e l'ultimo giorno di carnevale, arriva da molto lontano. Secondo gli storici furono i Crociati a introdurre le gare cavalleresche in Occidente fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa in Oriente, nel periodo che va, dalla prima alla terza Crociata. La Sartiglia, si pensa sia arrivata assieme alla "Quintana" di Foligno e alla corsa del saraceno della città d'Arezzo.Per quanto ci riguarda, è certo che questa gara equestre è arrivata in Sardegna attraverso la Spagna, dove, prima degli spagnoli, la praticano i Mori.Nelle regole riportate dagli antichi storici di Milizia, si scopre che il gioco dell'anello si basava nel sospendere, alla fine del percorso stabilito (ad altezza d'uomo e cavallo), un anello che il cavaliere in corsa doveva infilzare con la lancia o la spada.Per gli spagnoli, questa corsa a cavallo diventava la Sartiglia, e fu praticata alla Corte del Giudicato d'Arborea. Non si esclude che si svolgesse anche prima dell'arrivo degli Aragonesi.

Si narra, visti i legami di parentela esistenti fra Arborea e la Corte d'Aragona, che i Giudici e i Cavalieri si trasferirono per un certo periodo di "educazione alla vita di corte e alle armi", presso gli Aragona.In Italia, i primi a praticare questo tipo di gara equestre, furono i pisani, anche grazie a Ugo Visconti, rientrato da una spedizione in Terrasanta.Secondo le "Cronache Pisane" del Concioni, già nel medioevo, nella città di Pisa, si correva la Sartiglia, ritenuta d'origine sarda. Se poi, andiamo a esaminare attentamente ogni dettaglio della Sartiglia, ritroviamo motivi tipici della giostra e del torneo, che avvalorerebbe successive contaminazioni con i giochi militari germanico - latino.Nel Regno di Napoli e Sicilia, fu Carlo I D'Angiò, dopo il 1266 (in pratica dopo la conquista dei due regni), a introdurre il "gioco delle lance" e la corsa equestre. Più tardi, questi giochi si diffusero in tutta la Penisola. Mariano II d'Arborea, durante la sua permanenza da Carlo D'Angiò (1300 - 1302) a Firenze, svolse la sua educazione di vita, non trascurando ogni forma di divertimento con la nobile gioventù fiorentina.In Toscana Mariano II, andò a nozze con la giovane figlia di Andreotti Saraceno e la condusse a Oristano, dove - secondo gli studiosi del passato - per festeggiare quest'importante avvenimento, offrì al popolo sardo (secondo l'usanza) spettacoli, balli, divertimenti vari e giochi equestri.
Con le nozze d'Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria, e di Beatrice con il conte Barbona, si ripeterono quei festeggiamenti. Nello stesso periodo in cui la Sartiglia, dalla Sardegna, approdava a Pisa, dalla città toscana fu introdotto nell'isola, il Palio "sa corsa de su pannu". Secondo alcuni studiosi, la più antica testimonianza della giostra all'anello, risalirebbe al 1371 e si svolgeva a Narni, in provincia di Trani, dove tuttora si corre in occasione della festa di san Giovenale.In tempi più recenti, specie nel Campidano, il Palio ha assunto una grande popolarità.Lo storico Cetti, nella sua "Storia naturale della Sardegna (Sassari, 1777), scrive: " da tempo immemorabile si corre per i drappi in tutto il Regno di Sardegna, con un'universalità che non vi è altrove, poiché non v'è casale fosse ancora di soli 50 fuochi, ove non si corra almeno una volta all'anno".L'Ardia di Sedilo, nota come la festa in onore di San Costantino, secondo gli storici, potrebbe essere una derivazione di questo gioco equestre importato. Perciò, si potrebbe affermare che l'introduzione della Sartiglia di Oristano, potrebbe essere datata al XIII secolo. In pratica, prima dell'invasione aragonese, e non come vuole la tradizione popolare, intorno al XVI secolo.


TIBERIO MURGIA,UNA VITA ACROBATICA
IL GRANDE CARATTERISTA SARDO DIVENNE SICILIANO NEL MEMORABILE FILM "I SOLITI IGNOTI"

di Ennio Porceddu
(16-12-2015) "Femmina piccante, pigliala per amante. Femmina cuciniera, pigliala per mugliera". Una frase che Tiberio Murgia, nel personaggio di Ferribotte, ne I soliti ignoti Monicelli, aveva inventato il siculo permaloso e geloso. Tiberio Murgia, 155 film in cinquanta di onorata carriera, era molto noto al pubblico italiano per le sue memorabili interpretazioni del siciliano geloso e impertinente.Nato in Sardegna, nella sua Oristano nel 1929 di umile famiglia, era arrivato a Roma nell’intento di cercare fortuna con in tasca appena tremila lire che gli servivano per pagare una stanza in un alberghetto di quart’ordine nei pressi della Stazione Termini.Il suo comportamento era ispido, sempre sospettoso, il suo mutismo e le sue lunghe occhiate, minacciose.Mario Monicelli, un genio del Cinema, che lo aveva scoperto nel 1958, quando era alla ricerca di una faccia siciliana da inserire nel suo film “I soliti ignoti”, per interpretare un particolare ruolo accanto a Mastroianni, Gassman, Totò, Salvadori, Capanella e Claudia Cardinale.Il regista lo aveva intravisto per la prima volta a Roma in una trattoria di Via della Croce, dove Tiberio Murgia faceva il lavapiatti. Allora si mormorava che nel tempo libero il giovane oristanese si recava in piazza di Spagna con l’intento di “cuccare” qualche ragazza sarda a servizio.Monicelli, dopo averlo convocato per un provino, lo volle a tutti i costi nel cast del film, nonostante il parere contrario del produttore Franco Cristaldi.Tiberio Murgia, dopo aver girato il film "I soliti ignoti" di Monicelli, era ritornato a fare il lavapiatti e, non era d’accordo delle battute sicule che la gente, nel riconoscerlo, gli spiattellava addosso.Divenuto un divo, Tiberio Murgia, non smise mai di girare film. Negli anni sessanta, aveva interpretato ben 50, lavorando a fianco di attori come Totò, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari, Franco Fabrizi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Maurizio Arena, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Paolo Stoppa, Calindri, Celentano e tanti altri, Lavorò anche con attori stranieri del calibro di Peter Sellers, Victore Mature, Luis De Funes ecc.L’attore sardo fu diretto, non solo da Monicelli, ma anche da registi come Vittorio De Sica e Nanni Loy, sardo anche lui.

Dopo “I soliti ignoti”, interpretò nel 1960 “L’audace colpo dei soliti ignoti”, e “ I soliti ignoti 20 anni dopo” che non ebbe molto successo perché . secondo la critica, era una brutta copia delle prime due puntate.Poi arrivarono i film: “La grande guerra” (1959), “ La ragazza con la pistola” (1968), “Costa azzurra” (1959), “Le svedesi” (1960), “Caccia alla volpe” (1966), e ancora una carrellata di pellicole di tutti i generi che hanno attraversato quasi mezzo secolo della nostra vita.Tiberio Murgia, non fu solo il siculo permaloso e geloso, ma anche mafioso, vigile, poliziotto, detenuto, cow boy, pretoriano, capostazione, brigadiere, sarto, barbiere e altro ancora.Quando Tiberio aveva ancora le pezze nei pantaloni e la valigia di cartone sempre pronta, svolse tanti mestieri: l’ambulante, il manovale, lo sguattero, lo strillone di giornali.Poi un giorno, divenuto divo, arrivò a Oristano con una Cadillac con due belle ragazze al fianco: era la sua rivincita contro la città che gli aveva dato i natali, ma non il benessere che lui andava cercando. Tiberio era straordinario nelle sue interpretazioni, ma un po’ libertino fuori dallo schermo, con una vita familiare movimentata: si era sposato per la prima volta nel 1951 ed aveva avuto due figli, e in seconde nozze un’altra figlia, e, forse qualcun'altra o altro non riconosciuto. Tuttavia, nonostante le sue vicende familiari, l'attore, portava sempre nel cuore l'amore per la sua terra.Tiberio Murgia ha avuto anche qualche apparizione in televisione.Nel 2005 Filippo Martinez, suo concittadino, organizzò un trionfale rientro a Oristano e un premio a lui intitolato, per la sua brillante carriera cinematografica. Questo perché doveva servire a far pace con la sua città.Poi si ammalò di Alzheimer, e per diverso tempo era in cura in una casa di riposo per anziani dove morì a ottantuno anni, il 20 di agosto 2010 a Tolfa, in provincia di Roma."Mio padre era egoista ma aveva anche un cuor d'oro e ha vissuto sempre come fosse stato dentro uno schermo cinematografico - ricorda la figlia, Manuela Murgia, nata dal secondo matrimonio dell'attore, già celebre come Ferribotte quando incontrò sua madre, a inizio anni Sessanta - Vita privata e carriera hanno finito per intrecciarsi, mio padre si è messo nel '58 la maschera di Ferribotte e non se l'è più tolta, ma chi glielo faceva fare: era come se avesse vinto alla Lotteria. Ha guadagnato molto, col cinema, ma alla fine ha scialacquato gran parte di quel che la vita gli aveva offerto. Le donne, eh … le donne sono state un pallino per mio padre, e io lo so bene … ".Sergio Naitza ha scritto e diretto il film "L'insolito ignoto. Vita acrobatica di Tiberio Murgia" prodotto da una società cagliaritana e presentata a Roma Film Festival. Il mixer del film è una lunga intervista in gran parte inedita, raccolta due mesi prima della morte, e del materiali d'archivio, irrobustita dalla testimonianza della sua famiglia.

BREVE STORIA DELLE
RADIO LIBERE

NEL 1977 NASCE RADIO CAGLIARI CENTRALE

di Ennio Porceddu
(10-11-2015) Le radio libere, o per meglio dire "pirata", nascono improvvisamente in tutta Italia, in mancanza di leggi, per contrastare il monopolio della Rai. Si pensi che il numero delle radio, nel 1975, si attesta a circa 150, per passare nei tre anni successivi a 2800. Nel 1976 avviene un fatto eccezionale, la Corte Costituzionale nella sentenza 202 infrange il monopolio della RAI sulla diffusione , come era già avvenuto per la televisione nel 1974 : "...dichiara l'illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2 e 45 della legge 14 aprile 1975, n. 103 (nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva) nella parte in cui non sono consentiti, previa autorizzazione statale e nei sensi di cui in motivazione, l'installazione e l'esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere di portata non eccedente l'ambito locale."Da quel momento, le radio libere nascono e si moltiplicano con obiettivi disparati: mandare in onda musica italiana, internazionale, folck, indipendente, dediche, notiziari locali, programmi folli e riflessioni politiche. Le emittenti trasmettono la musica degli anni settanta, ignorata da mamma Rai e conquistano particolarmente i giovani. Le radio libere concorrono a migliorare sicuramente una parte immobilizzata, grazie anche alle nuove ispirazioni, programmi originali e talvolta anche stravaganti.Alcune radio sono marcatamente con peculiarità politiche, altre invece, nascono quale sodalizio apolitico, rivolto alle nuove generazioni. Certe volte, parecchie di queste radio, mandano no in onda i programmi da locali di fortuna: soffitta, scantinato, garage o addirittura dalla cameretta di un appartamento. Anche perché, la radio libera è un'emittente di piccole dimensioni: sala di regia e studio di registrazione sono inseriti in piccoli spazi, che con un'antenna adeguata di trasmissione (lineari), è in grado di coprire un'area molto vasta.Queste stazioni radio trasmettono in FM (modulazione di frequenza), con una tecnica poco sfruttata prima di allora, che ne assicura un'elevata qualità, anche grazie all'arrivo dei codificatori stereo. Fra le prime radio che spuntano, voglio ricordare: Radio Luino International (1974); Radio Milano International, Radio GBR, Radiolina (1975). Poi a seguire tante altre in tutto lo stivale. In Sardegna, dopo la nascita di Radiolina a Cagliari (18 giugno), per iniziativa di Nicki Grauso, I. Conca e M. Rossetti, che trasmette dai 98 mhz, nasce Rama Sound (ora Radio Mambo) di Pier Giorgio Della Pina (Via Genovesi 63), Radio Brasilia (Via Lamarmora 32), Sintony International (Via Lamarmora), Radio Uta Libera (la prima emittente del campidano di Cagliari) di Sergio Sulis e soci, Radio Cagliari Centrale (1977) di Ennio Porceddu e Mario Melis (Via Lamarmora, 22).Dalla fine del 1977, le radio libere nell'Isola, e in tutto lo stivale, non si contano più. In quegli anni, ogni giorno, nascono altre radio, che spesso, proprio per la mancanza di una legge che disciplini l'etere, le frequenze si sovrappongono: basta un trasmettitore più potente per creare problemi a emittenti già consolidate e agli sponsor.Anche in quel campo, la prepotenza ha cercato sempre di predominare. Solo dopo diverse battaglie legali e la creazione di una associazioni del settore, nasce la legge che da una regolamentazione e l'assegnazione delle frequenze (1988). Ma per molti la legge sulle frequenze diventa un macigno che li costringe a chiudere (specie le piccole radio) per la tassa troppo costosa che il governo chiedeva per continuare a trasmettere sulla modulazione di frequenza. Con la liberalizzazione, la Rai inizia un processo di riforma interna per uniformarsi alle nuove esigenze del pubblico e per affrontare la concorrenza. Tuttavia, nonostante l'impegno a tutto campo, gli ascolti del servizio pubblico si ridimensiona pesantemente a favore delle restanti emittenti private.


Teulada rende omaggio all'acquarellista sassarese, con l'apposizione di una targa sulla facciata della palazzina dove per un certo periodo l'artista visse
GIUSEPPE BIASI
Un grande artista del Novecento italiano

di Ennio Porceddu
(11 settembre 2015) Teulada rende omaggio all'acquarellista sassarese Giuseppe Biasi, con l'apposizione di una targa sulla facciata della palazzina dove per un certo periodo l'artista visse e operò. Presenti autorità cittadine e rappresentanti dell'associazione Biasi di Sassari, Is Sinnus Teulada e il Rotary Club di Cagliari.Dopo la visita al Palazzo Baronale e al Museo Parrocchiale, presso la Sala Consigliare, sono intervenuti il primo cittadino Daniele Serra, Francesco Danero, Giovanni Flora e Gisella Mulas. Dagli interventi si è ricordato la figura e le opere dell'artista acquarellista, decoratore, nato a Sassari nel 1885, che a soli 24 anni ha iniziato a collaborare con Grazia Deledda e con il “Giornalino della Domenica”. Presente per molte edizioni alla Biennale di Venezia con l’acquarello “Processione nella Barbagia di Fonni”. Nel 1913, partecipa alla Secessione Romana, ed è subito notato, per la sua bravura a livello nazionale. Nel 1920, lo vediamo ancora presente alla Biennale di Venezia, dove gli viene conferito il Premio dell’Opera Nazionale Combattenti. Quattro anni più tardi, Biasi parte per l’Africa , soggiorna in diverse città quali Tripolitania, Cirenaica e in Egitto.Due anni dopo, è presente con una personale alla Galleria Paul di Alessandria. Nel 1926, espone le sue opere assieme allo scultore Mukhatar e al pittore Said, entrambi pionieri dell’arte moderna in Egitto.Nel 1930, è invitato nuovamente alla Biennale di Venezia, e nel 1931 espone all’1^ Quadriennale Romana con un ottimo successo di pubblico e di critica. Nello stesso anno, gli è affidata una sala personale all’1^ Mostra d’Arte Coloniale di Roma, mentre un anno dopo è presente con due importanti personali: alla Galleria Dedolo. Nel 1938, la città di Pesaro rilancia l’artista a livello nazionale. Poi, ancora tanti altri impegni artisti, tra cui delle personali a Biella.Nel 1939, nella città di Sassari è presente con una personale di paesaggi. In seguito, sempre nella città sassarese esegue il mosaico dello Scalone del Palazzo di Giustizia e la decorazione, rimasta incompiuta della Chiesa di Fertilia.Nel1943, inpiena seconda guerra mondiale, nella città di Biella, disegna il mosaico della Cappella Bloglio al cimitero. Quest’ultima opera gli fa ottenere l’incarico per la decorazione della Chiesa dell’Ospedale Civile.Nel 1945, dopo una vita dedicata all’arte, Giuseppe Biasi, muore tragicamente a Biella. Si disse ucciso dai partigiani, un testimone oculare che il giorno del fatto era appena un ragazzo di 14 anni Luigi Bonzano, racconta un'altra storia: "Biasi non fu assassinato dai partigiani, come scrive Giampaolo Pansa nel suo "I gendarmi della memoria". Anche se in molti lo ritenevano un collaborazionista dei tedeschi.Certo, l’aria, il clima, il contesto erano quelli: ma la tragedia dell'artista va ricondotta al gesto di un esaltato, non ad un regolamento di conti politico”.Giuseppe Biasi fu seppellito nel cimitero di Andorno, fin quando due coniugi sardi emigrati a Torino, Giovanna e Antonio Arras, non riscoprirono quasi per caso la tomba dimenticata informarono Remo Branca che nel febbraio 1976 si adoperò per la traslazione della salma a Sassari.Adesso a Biella in piazza Cantono dove successo il fatto, c’è una lapide apposta dal centro di cultura “Biasi” insieme ai comuni di Sassari e Andorno Micca. Biasi per chi a Biella lo conosceva resta la memoria di un uomo raffinato e avulso dai giochi politici.E restano, infine, in tante case del biellese, e di Teulada che oggi gli dedica una targa, i segni più tangibili di quello che Biasi è stato: i quadri di un grande artista del Novecento italiano.


ANCORA UNA VOLTA LACONI RENDE OMAGGIO, AL FIGLIO AMATO, IN UNA CORNICE INSOLITA. PREVISTA LA PRESENZA DI UNA MOLTITUDINE DI DEVOTI DA TUTTA LA SARDEGNA
LACONI
FESTA
SANT'IGNAZIO


Dal 28 al 31 agosto si rinnovano i festeggiamenti in onore del Santo fraticello più amato dai Sardi( video)

Servizio di Ennio Porceddu
e della nostra corrispondente Elisabetta Porceddu

(27-8-2015) "Devotissimo e dedito alla penitenza fin da giovane, indossò il saio francescano, nonostante la sua gracile costituzione, e fu dispensiere ed umile questuante nel convento di Iglesias e poi in altri conventi. Dopo quindici anni, fu richiamato a Cagliari nel convento del Buoncammino. Qui lavorò nel lanificio e come questuante in città, svolgendo per quarant'anni il suo apostolato tra poveri e peccatori, aiutando e convertendo. La gente lo chiamava "Padre santo", mentre un pastore protestante del reggimento fanteria tedesco, lo definì un santo vivente. Divenuto cieco due anni prima della morte, fu dispensato dalla questua ma continuò a osserva a Regola come i suoi fratelli".Laconi dal 28 al 31 agosto rinnova la festa grande in onore del cappuccino Sant'Ignazio da Laconi, adorato in tutta la Sardegna. "In una piccola casupola di agricoltori - scriveva la scrittrice Grazia Deledda in un articolo sul Corriere della sera nel 1933 - nacque a Laconi in una modestissima casetta di via Pretzu, il 18 dicembre 1701, e fu subito battezzato Francesco Ignazio Vincenzo Peis, fu poi miracoloso Fra Ignazio cappuccino venerato ancora adesso, e sempre più, in tutta l'isola, che conserva inattaccabile, nel cuore delle sue donne forti, ed anche gli uomini semplici e retti, il profondo culto dell'insegnamento di Cristo". Fra Nassiu, com'è conosciuto e onorato nel piccolo centro che fu residenza feudale dei nobili Aymerich, stato beatificato il 16 giugno 1940 e Canonizzato il 21 ottobre 1951, muore l'11 maggio 1781. Il Santo laconese occupa ormai da tanto tempo una posizione importante nella fede dei Sardi, e la parrocchia dedicata a S. Ambrogio, lo accoglierà come sempre con tutti gli onori.Il paese che conta ora circa 2500 abitanti è sito in una zona ricca di acque, luogo di villeggiatura estiva che ha dato i natali al cappuccino più amato da tutti i sardi. Per Sa Festa Manna, il Santo fraticello richiama nel piccolo centro migliaia di fedeli in una cornice di grande interesse turistico. Il paese è molto amato da essere definito "la perla del Sarcidano".Nell'ottocento Vittorio Angius, nel Dizionario geografico del Casalis, annotta:" Il paese giace sotto il fianco poco meno che verticale del Sarcidano, disteso in lungo, disposto in vari gradi con poca larghezza... e si presenta in una bella scena con i suoi principali edifizi, la chiesa, la casa baronale, alcune altre men superbe abitazioni e gli avanzi dell'antico castello feudale. La suddetta sponda con le sue rupi rossastre e foracchiate forma uno sfondo veramente romantico".I festeggiamenti per Sant'Ignazio hanno avuto inizio giovedì 28 e si protraggono fino a lunedì 1 settembre.
Il programma religioso (vedi locandina) è molto vario. Di seguito vi proponiamo il programma civile e poi quello religioso (dal 22 agosto al 1° settembre 2015). A Laconi è ancora presente la casa natale, dove i futuro Sant’Ignazio visse con la famiglia fino all’età di venti anni.

Venerdì, 28 agosto 2015
•ore 15.00 – Piazza Marconi – Caccia al tesoro (1° giornata)
•ore 21.30 – Piazza Sant’Ignazio – Lo stile in scena: abiti nuziali e da cerimonia
•ore 21.30 – Corte Manna, Palazzo Aymerich – Cantadores a ottava
•ore 23.00 – Piazza Marconi – Concerto tributo: “Io voglio vivere” e “Zucchero“

Sabato, 29 agosto 2015
•ore 10.00 – fronte Palazzo Aymerich – Giocare in allegria: giochi per bambini
•ore 15.00 – Piazza Marconi – Gara di mangiatori d’angurie
•ore 15.00 – Piazza Marconi – Caccia al tesoro (2° giornata)
•ore 17.30 – Casa natale Sant’Ignazio – Commemorazione degli aviatori caduti a “is forros”, trentesimo anniversario
•ore 18.00 – Parco le magnolie – Mini mountain bike: gara ad ostacoli a squadre
•ore 22:00 – Piazza Marconi – Pago in concerto
•ore 00.30 – Dj set and color night
Domenica, 30 agosto 2015
•ore 10.00 – fronte Palazzo Aymerich – Truccabimbi
•ore 15.00 – Piazza Marconi – Cruciverbone in piazza
•ore 17.00 – Piazza Marconi – Tombolata in piazza
•ore 17.00 – Mercato civico e Piazza Marconi – Baby lunapark
•ore 19.00 – Corso Garibaldi – Sfilata di maschere tradizionali sarde
•ore 22.00 – Anfiteatro Comunale – Varietà: “Fortissimo, il grande spettacolo“
•ore 00.30 – Piazza Marconi – Karaoke beagles, tris del divertimento
lunedì, 31 agosto 2015
•ore 10.00 – fronte Palazzo Aymerich – Giocare in allegria: giochi per bambini
•ore 15.00 – Piazza Marconi – Druccisi in pratza: gara dei dolci sardi
•ore 18.30 – Vie di Laconi – Solenne processione accompagnata dalle confraternite, gruppi folk e cavalieri
•ore 22.00 – Piazza Marconi – Serata folk ed estrazione dei premi della lotteria

Visite guidate a Laconi e al giardino Aymerich nei gironi della Festa:
A cura dell’Associazione De Lacon sarà possibile partecipare a visite guidate al giardino Aymerich ed al nuovo museo delle reliquie di Sant’Ignazio, la stessa associazione curerà anche l’Infopoint (presso il Palazzo Aymerich).
Programma religioso della Festa di Sant’Ignazio a Laconi:
Sabato, 22 agosto 2015 – Accoglienza dei pellegrini:
•Ss. Messe: ore 8.00 (presso la casa natale del Santo) – ore 10.00 (messa per i pellegrini) – ore 18.00 –

Domenica, 23 agosto 2015 – Giornata per le associazioni, :
•Ss. Messe: ore 8.00 (presso la casa di riposo) – ore 9.00 (presso la casa natale del Santo) – ore 10.00 – ore 11.30 –
•ore 17.00 – Pellegrinaggio a piedi dalla parrocchia al monumento di S. Ignazio a cavallo, in collaborazione con la L.I.L.T. All’arrivo Santa Messa per tutti gli associati e per i defunti dell’anno

Triduo di preparazione alla festa del Santo:
•Ss. Messe: ore 8.00 (presso la casa natale del Santo) – ore 10.00 . ore 18.00
•ore 17.00 – Adorazione eucaristica e catechesi sul tema del giorni, a seguire Santa Messa

Giovedì, 27 agosto 2015 – Giornata missionaria di solidarietà per i missionari cappuccini:
•Giornata animata da p. Federico Furcas (cappuccino, ex missionario in Africa e Seychelles)

Venerdì, 28 agosto 2015 – Giornata per gli anziani e i malati:
•Giornata animata da p. Marco Loche (cappuccino, cappellano all’ospedale Brotzu di Cagliari)
•ore18.00 – Santa Messa solenne con unzione dei malati

Sabato, 29 agosto 2015 – Giornata per i giovani:
•Giornata animata da P. Gianluca d’Achille (cappuccino)
•ore 17.00 – Santa messa in località Is Forrus presso il monumento degli aviatori caduti nel servizio antincendio del 1985
•ore 18.00 – Messa solenne con i giovani

Domenica, 30 agosto 2015 – Festa di Sant’Ignazio
•Ss. Messe: ore 7.00 (presso la casa natale del Santo) – ore 8.30 – 9.30 – 10.30 – 12.00 -16.30 – 17.30 – 18.00 – 19.00
•ore 10.30 – Concelebrazione eucaristica, presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo di Oristano.
Durante l’offertorio, il Sindaco di Laconi Anna Paola Zaccheddu, offrirà a nome della comunità laconese e dei devoti del Santo, l’olio per la lampada che arde perennemente nella casa natale di Sant’Ignazio. Anima la messa il coro parrocchiale.
•ore 18.00 – Messa solenne, presieduta dal Ministro Prov.le dei cappuccini p. Giovanni Atzori e anima il coroSchola Cattorum di San Sperate

Lunedì, 31 agosto 2015 – Giornata per Voce Serafica:
•Ss. Messe: ore 8.00 (presso la casa del Santo) – 9.00 – 10.00 – 12.00 – 17.00 – 18.00
•ore 10.00 – Ss. Messa per la grande famiglia di Voce Serafica, presiede il direttore p. Tarcisio Mascia, cappuccino
•ore 18.00 – S. messa animata da coro polifonico laconese
•ore 18.45 – Solenne processione del Santo. Itinerario: Chiesa; Via Satta, Via G. Deledda; Corso Garibaldi; Via Maggiore; P.za Giovanni; Via Aldo Moro; Via Cavour; Via Santa Maria; Corso Garibaldi; Via S. Ignazio; la benedizione e il bacio della reliquia. Partecipano: i Carabinieri a cavallo; gruppi folk; confraternite e cavalieri.

Martedì, 1 settembre 2015 – Giornata del ringraziamento
•Ss. Messe: ore 8.00 (presso la casa natale del Santo) – ore 9.00 – ore 11.00
•ore 18.00 – S. messa di ringraziamento per i laconesi per l’impegno e la buona riuscita della festa di Sant’Ignazio
Breve storia di S. Ignazio

di Ennio Porceddu
S. Ignazio era nato il 18 dicembre 1701 da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, erano situate intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola. A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci. In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Peis. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificato con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta. Secondo di nove figli, Sant'Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin. Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione. I biografi raccontano che spesse volte Ignazio fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa. A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari. Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per Ignazio furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli. Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi. Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione. "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava casa per casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere. Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera. Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione abbia avuto la sua conclusione. A Laconi, lo vogliamo ricordare, la prima settimana di agosto dell'anno scorso, ha subito momenti di grande terrore, con i roghi che hanno lambito le abitazioni verso la ferrovia e la Borgata Santa Sofia. Il fuoco, arrivato da Nurallao, ha toccato una parte della pineta e si è bloccato prima di arrivare al costone dove c'è la statua di S. Ignazio a Cavallo, perchè era cambiato il vento. Secondo gli abitanti di Laconi,Sant'Ignazio ha fermato le fiamme ed ha salvato il suo paese natio. Sarà vero?


SABATO DI FERRAGOSTO 2015
ALLA GALLERIA HENRY
DI BUGGERRU


di Ennio Porceddu
(19-8-2015) Sabato di Ferragosto, giornata quasi perfetta per visitare una delle miniere più interessanti dell'iglesiente. L'attenzione è rivolta alla Galleria Henry di Buggerru, dopo una consultazione familiare. Io, inizialmente non ero d'accordo, avrei preferito una scampagnata in mezzo ai boschi: arrostire carne o pesce, e godermi il fresco che la natura ci avrebbe offerto in compagnia di un buon libro. Poi è andata diversamente. Arrivare a Buggerru (1.088 abitanti al 01/01/2015), dopo una scalata di curve e tornanti è stato piacevole, ma stancante.In paese tanta gente, molti turisti e le vigilesse gentilissime che da indicazioni su come e dove parcheggiare l'auto. Dopo le informazioni ottenute in loco, ci siamo avventurati verso la Galleria Henry che si trova a cinquanta metri sopra il livello del mare (la nostra prenotazione era per le quattordici), per confermare all'ufficio Ticket il nostro impegno.Il tunnel, meglio conosciuto come Galleria Henry, è la più importante opera della grande miniera di Planu Sartu. Scavata nella dura roccia nel 1865, posta a 50 metri sul livello del mare, sopra l'abitato di Buggerru, attraversa per circa un chilometro, l'altopiano Planu Sartu, consentiva il trasporto dei minerali per mezzo di una rotaia dai cantieri sotterranei alle distanti laverie. Le dimensioni furono determinate dall’impiego, nel lontano 1892, di una locomotiva a vapore.

Questo ingegnoso sistema, grazie ad un'avveniristica rete ferroviaria, soppiantò in un baleno i lenti e costosi trasporti con i muli e altri animali da soma. In attesa del nostro turno per la Galleria, ci siamo inoltrate per le stradine del paese, curiosando nelle vetrine dei negozi. Quindi, ci siamo recati al Museo del Minatore, sito nella Via Marina in prossimità del Porto e inaugurato nel 2004, in onore dell'eccidio del 1904, composto da 5 stanze; nel 2010 fu inaugurata la sala multimediale.Tale Museo si sviluppa nei due piani di uno stabile che un tempo era destinato a officina meccanica e falegnameria. Lo stabile è stato restaurato ed ha mantenuto intatta l'antica struttura con torni e fresatrici nella posizione originale.Finalmente, alle quattordici, le guide della Galleria Henry, ci fanno accomodare negli scomparti del trenino, dopo averci fatto indossare i caschi da minatore. All'accensione del motore, la locomotiva si è inoltrata in una galleria, che è una sorta di spettacolare labirinto, messa in sicurezza e accessibile. La sua unicità è costituita da un perpetuo rapporto con la falesia sul mare che avviene per mezzo di gallerie minori e camminamenti scolpiti, come finestre ideali, nella roccia.Attraverso queste aperture luminose che s'intervallano con il buio del sottosuolo, possiamo gustare viste spettacolari della costa a strapiombo sul mare e panorami mozzafiato. Un viaggio dentro questo labirinto emozionante e fantastico che inizialmente ti lascia senza fiato, ma ti sottometti e quel senso di paura che hai provato inizialmente, senza fartene accorgere, passa e respiri a pieni polmoni per il resto del percorso, consapevole di aver visitato un tragitto eccezionale e di aver trascorso un'ora speciale nelle viscere terra, dove tutta una popolazione dell'iglesiente era costretta a lavorare per sopravvivere contro la miseria allora molto diffusa in Sardegna.Bravo il personale della società che gestisce la Galleria, altrettanto brave le guide che ci ha dato tante informazioni su Buggerru e la Galleria Henry.
Per concludere: un itinerario che consiglio a tanti.

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Il Museo dei minatori
Il Museo è strutturato in due sezioni: Al piano terra, in corrispondenza dell’ingresso, nei locali dell'ex Officina Meccanica, è stato allestito il Museo Civico che racconta la storia del paese di Buggerru. Piuttosto estesa è la sezione dedicata alla miniera, con la ricostruzione degli spazi comuni e il recupero di attrezzi e macchinari d’epoca; sono inoltre presenti teche in vetro contenenti minerali e fossili del territorio. Sulle pareti sono disposti interessanti pannelli didattici in parte grandi relativi ai piani o alle sezioni di miniera, ma anche antichi documenti e foto.La prima stanza illustra la storia delle formazioni geologiche che si riscontra nel territorio di Buggerru - Fluminimaggiore che sono le più antiche di tutta l'Italia. L'età paleozoica (periodo ordoviciano-siluriano) è attestata da numerosi fossili rinvenuti presso le località di S'Oreri, Is Lisandrus, Portixeddu e San Nicolò.Il territorio è importante anche dal punto di vista speleologico: di grande interesse è la grotta delle lumache, che si apre a Buggerru sul Monte Rosmarino e prende il nome dai numerosissimi gusci di gasteropodi trovati al suo interno. Ancora più nota è la Grotta di Su Mannau, ubicata a sud di Fluminimaggiore è di origine carsica. I giacimenti minerari del territorio di Buggerru sono ricchi di minerali come l'emimorfite (silicato idrato di zinco), ma vi si trovano anche la barite (solfato di bario), la blenda (solfuro di zinco), la cerussite (carbonato di piombo), la calcite (carbonato di calcio), il cinabro (solfuro di mercurio) e infine il mercurio nativo quest'ultimi assai rari.La seconda stanza illustra la Storia di Buggerru, la Petit Paris dalla preistoria al novecento.La terza stanza invece è dedicata agli infortuni sul lavoro. Il tema sempre attuale era purtroppo noto ai minatori che operando nel sottosuolo erano costantemente esposti al pericolo; ma anche donne e bambini lavoravano nei cantieri. Ogni volta che si verificava un caso di infortunio i dirigenti si sollevavano da qualsiasi responsabilità. Nel 1902 una legge nazionale vietò ai minori di dodici anni il lavoro sotterraneo, ma non sempre questa norma era rispettata. Il minatore lavorava in galleria in spazi molto angusti e portava sempre con sé la lampada a carburo.La quarta stanza o dello spaccio, dal 1890 permetteva l'acquisto (solo per chi lavorava in miniera) dei generi di prima necessità come pane, pasta, farina, latticini, sale, conserve, vino, liquori, droghe, cereali e legumi. La Società Malfidano era anche proprietaria della Cantina e il pagamento delle merci non era previsto in contanti, ma avveniva tramite il libretto: cioè si sottraeva la spesa direttamente dal salario. Tale sistema in apparenza poteva sembrare vantaggioso per gli operai, ma in realtà lo era maggiormente per la società mineraria perchè i soldi che furono stati sottratti dagli stipendi degli operai tornavano direttamente alle casse della società stessa. La cooperativa svolgeva anche un ruolo sociale: aveva istituito una cassa di previdenza per soccorrere i lavoratori vittime di malattie e infortuni, e pagava essa stessa un medico.
Nel 1904 con l'intervento di Battelli e Cavallera la gestione della cooperativa passò direttamente nelle mani degli operai che aprirono la cantina a tutta la popolazione del paese.
E infine la quinta stanza rappresenta una piccola sala cinematografica: le poltroncine e il proiettore sono originali dell'epoca. In particolare il proiettore era senza audio e il film iniziava solo con l'arrivo del direttore.
Al primo piano, nello spazio un tempo occupato dalla Falegnameria, è stato creato un percorso di visita multimediale, interamente dedicato agli uomini e alle donne che hanno vissuto e lavorato in miniera; tali interviste sono proiettate a ciclo continuo su schermi piatti, ascoltabili anche con le cuffie.

L'eccidio di Buggerru
Agli inizi del 900 Buggerru era chiamato «petite Paris» ovvero "piccola Parigi" in quanto i dirigenti minerari che si erano trasferiti nel borgo minerario con le rispettive famiglie avevano ricreato un certo ambiente culturale. Fra questo Achille Georgiades, un greco di Costantinopoli arrivato in Sardegna nel 1903 per dirigere le miniere della Societé des mines de Malfidano di Parigi, la cui Sede operativa in Sardegna era Buggerru. C'era anche il francese Georges Perrier che gestiva un cinema; inoltre in paese, vi erano anche un teatro e un circolo riservato alla ristretta élite dei dirigenti della società francese.Dall'altra parte c'erano i minatori che lavoravano in condizioni disumane, sottopagati e costretti a turni di lavoro massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro; questi erano organizzati nella Federazione dei minatori. Nel 1904, a seguito dell'inasprimento del trattamento imposto dal Georgiades, i minatori si rifiutarono di lavorare e presentarono le loro richieste alla società francese; per tutta risposta questi chiamarono l'esercito che fece fuoco sugli operai uccidendone tre e ferendone molti altri. Quella domenica 4 settembre 1904 sarà ricordata come la data dell'eccidio di Buggerru, per il quale sarà fatto il primo sciopero generale in Italia.


SEDILO/Da oggi ha preso il via una delle sagre più importanti della Sardegna. L’origine dell’Ardia si perde nella notte dei tempi e, con essa, la veridicità sul suo inizio
l’ardia
di san costantino


di Ennio Porceddu
San Costantino, non esiste come santo per la Chiesa Latina, mentre è riconosciuto da tutte le Chiese Orientali
(7-7-2015) Secondo gli storici, l’Ardia di Sedilo, era la più grande festa della Sardegna. Per i giornali dell’ottocento, era un avvenimento poco interessante, tanto da non occupare spazi sui giornali. Il nome di Sedilo, ricorda Arcangelo Marras nel 1895 su “L’Unione Sarda”, compare in un articolo per parlare del bandito Giovanni Maria Pinna. Poi, se ne parlato per richiamare gli amministratori locali alla costruzione della strada Ottana – Sedilo, per evitare alla popolazione dei due centri percorsi difficoltosi.

Inoltre, si è parlato di Sedilo il 15 settembre 1911, in occasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari. Un cenno all’Ardia, sempre nel quotidiano sardo lo troviamo il 19 luglio 1922: Da Sedilo: festa nazionale per la cacciata dei mori. Uno scritto chiaramente polemico. “Era l’intesa tra sardisti e fascisti – scrive Remo Concas nel 1982 – mancava poco alla marcia su Roma, e il direttore, Francesco Caput, era dell’avviso che i sardisti non potessero intenderci in alcun modo con i fascisti”. L’articolo ha un duplice valore, finalmente si parla chiaramente della sagra di San Costantino, definita la miglior festa dell’isola. Il cronista, che non firma il “pezzo” scrive: “Nei giorni 5, 6 e 7 luglio, Sedilo si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivati da ogni parte dell’isola, si recano ad assistere, con gran devozione, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).”Sono un migliaio i cavalli che montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.”La maggior parte dei cavalieri porta ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori”. San Costantino, non esiste come santo per la Chiesa Latina, mentre è riconosciuto da tutte le Chiese Orientali. Si ritiene che in secoli molto lontani ci siano stati dei legami tra la Sardegna e l’Oriente, proprio con riferimento al culto di San Costantino.Nel calendario della Chiesa Greca, il 21 maggio, si onora la memoria di Costantino, assieme agli apostoli e a Sant’Elena.

Esistono molte leggende che si sovrappongono alla memoria, storie che si tramandano di generazione in generazione mantenendo intatta la fede, la devozione e la riconoscenza per il santo guerriero. San Costantino (muore il 22 maggio 337), è ricordato anche dagli Armeni, unitamente a San Silvestro papa e ai 318 Padri del Concilio Niceno, mentre il calendario copto, il 12 agosto ricorda solennemente la vittoria riportata da Costantino il 312 contro Massenzio.Secondo la tradizione cristiana, prima della battaglia, egli si era convertito al cristianesimo, dopo una visione in cui gli era apparsa una croce di luce, sovrapposta al sole con la scritta “In hoc signo vinces”, aveva fatto disegnare come insegna, sugli scudi dei suoi soldati, il monogramma del Signore Gesù Cristo. Il grande Costantino attribuì la sua vittoria al volere del Dio cristiano. Dopo quest’avvenimento, l’imperatore s’incontrò con Licinio a Milano (suo cognato per avergli concesso in sposa a sorellastra Costanza), si accordò con lui per un programma religioso-politico, che si tradusse nell’Editto di Milano, con il quale era assicurato la libertà di culto per tutti. Inoltre, erano restituiti a tutti i cristiani, i beni confiscati. Non pago di ciò, Costantino fece delle donazioni e concesse dei privilegi alla chiesa.Morì dopo aver ricevuto il battesimo dal vescovo Eusebio di Cesarea.Fu sepolto a Costantinopoli nel mausoleo che si era fatto edificare, adiacente alla chiesa degli Apostoli .La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai.Da numerose iscrizioni tombali rinvenute è probabile pensare che i bizantini abbiano posto nella zona una numerosa guarnigione militare a vigilare i varchi del fiume Tirso. Pare, in ogni modo, che secoli prima ci fu un certo insediamento romano. La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa. C’è da credere che la chiesetta innalzata dal prigioniero sardo, sia sorta nei pressi del paese, perché è stata rilevata di un’antica pavimentazione. L’Ardia, un po’ degenerata negli anni settanta, per episodi poco edificanti e di civiltà, è stata rivalutata come la festa grande della Sardegna.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi
SA PANDELA MADZORE
Nell’Ardia, lo stendardo maggiore è portato dal capo corsa (sa Pandera madore), trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco. Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti. Ad ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.
I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico.L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni ubicate nei pressi del sagrato).L’Ardia, come in tanti hanno affermato, è forse una delle più importanti manifestazioni di fede dell’Isola. “Per questo – scrive Remo Concas – ora ha spazio nei giornali e non solo, ma l’anima antica resta chiusa nel tempo passato; e per questo, forse, piace di più, per i suoi caratteri arcani che ne fanno un grande mistero di fede popolare”.

Il primo autentico divo del cinema italiano dall’avvento del sonoro. Era un cagliaritano che dava lustro alla città in cui era nato nel 1907
AMEDEO NAZZARI
Il volto più popolare e autentico del cinema italiano. Un divo, capace di assumere qualsiasi ruolo con grande nobiltà e responsabilità del cinema italiano con l’avvento del sonoro.

di Ennio Porceddu
(25-6-2015) Con il suo fisico prestante che lo fa assomigliare a Erron Flynn, Salvatore Amedeo Carlo Leone Buffa, in arte Amedeo Nazzari, nasce a Cagliari (Pirri) il 10 dicembre 1907 da Salvatore e Argenide Nazzari. Amedeo Nazzari a preso il nome di suo nonno per sfondare nel mondo dello spettacolo. Suo padre proprietario di un pastificio, sua madre figlia del presidente della corte d’appello di Cagliari. Il piccolo Amedeo ha solo sei anni quando suo padre muore e la madre si trasferisce con lui e le sorelle a Roma.Dopo il collegio dai salesiani e gli studi di ingegneria, abbandonati prima della laurea, passa al teatro, sua grande passione fin dalle prime recite scolastiche. La sua carriera inizia calcando i palcoscenici teatrali lavorando con Marta Abba e Annibale Ninchi per passare poi sul set cinematografico con ruoli per eccellenza romantici, temerari e avventurosi, guadagnandosi una popolarità di gran prestigio che gli permetterà nel dopoguerra una seconda giovinezza artistica.L'esordio da professionista avviene nel 1927. Nel 1935 è notato da Elsa Merlini, che gli offre una parte nel film" Ginevra degli Almieri". La pellicola non avrà successo e Nazzari tornerà al teatro.Amedeo Nazzari sarà un giovane ufficiale in “Cavalleria” (1936), di Goffredo Alessandrini e, “Luciani Serra pilota” (1938). In seguito lavorerà accanto a quasi tutte le migliori attrici del firmamento cinematografico italiano (Alida Valli, Assia Noris, Clara Calamai, Elsa Merlini, Luisa Ferida, Doris Durante).Nel 1939, Mussolini gli chiede di aderire al partito fascista, ma l’attore cagliaritano declina gentilmente l'invito. Nel 1941 impersona Neri Chiaramantesi “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti, un famoso adattamento del dramma di Sem Benelli. "Chi non beve con me peste lo colga", era una battuta recitata da Nazzari nel film Un anno dopo, interpreta un ingegnere patriottico nel film “Bendasi”. Di soliti ruoli dove, per esigenze cinematografiche, usa gli stivali.E’ del 1946 il film neorealistico “Il bandito” al quale ne seguirà poi, “Il brigante Musolino” (1950) “ Il brigante di Tacca del lupo” (1952). Dargli la grande notorietà sono i ruoli romantici del melodramma 1950) che lo vedono accanto a Yvonne Sanson (Catene, Tormento, Figli di nessuno, Torna, Angelo Bianco, Noi peccatori, Malinconico autunno):, quasi tutti diretti da Raffaele Matarazzo. Nazzari, nei suoi svariati ruoli: ora padrone, ora operaio, ora ingegnere, si rivela sempre sincero, severo, onesto e innamorato, e capace di sopravvivere a ogni inganno con testa alta e dignità fotogenica.E’ del 1952 “Il processo alla città” di Luigi Zampa, che lo vede giudice istruttore che cerca di lottare contro la corruzione e di sconfiggere la mafia. Quattro anni dopo, Salvatore Amedeo Buffa, convoglia a nozze con Irene Genna, un’attrice italo-greca che due anni dopo gli regala una figlia, Maria Evelina. Amedeo Nazzari è stato per tutti un'icona, in un paese ingenuo, provinciale e autarchico, ma si è sempre saputo difendere interpretando ruoli professionalmente impeccabili.Nel film “Le notti di Cabiria” (1957) di Federico Fellini, Nazzari interpreta se stesso con eccezionale senso dell’ironia. Poi piccoli ruoli in importanti cast internazionali e una salute che inizia a vacillare, lo conducono verso il ritiro. A partire dagli anni settanta, diraderà sempre più gli impegni televisivi e cinematografici per una insufficienza renale che lo costringe a ripetuti ricoveri in clinica. Partecipa anche nel 1975 ad un episodio della serie televisiva L'ispettore Derrick, intitolato L'uomo di Portofino e trasmesso da Rai 2 nel 1979; la scena principale in soggettiva fu girata, in lingua italiana, a Portofino. Negli ultimi due film, Nina di Vincente Minnelli e Melodrammore di Maurizio Costanzo, lo si vede apparire in piccole partecipazioni.Nel 1979 Amedeo Nazzari, riceve un “premio speciale” del Consiglio Direttivo del David di Donatello con la menzione: ” Per una vita dedicata al cinema con appassionata professionalità e straordinario successo”. A ritirare il premio, Nazzari si trova ricoverato in clinica, la figlia Maria Evelina. Il 5 novembre dello stesso anno l’attore cagliaritano che tanto ha dato al cinema italiano, si spegne per un arresto cardiaco. Senza avere la possibilità di conoscere il nipotino Leonardo figlio di Maria Evelina. Amedeo Nazzari Buffa, si trova ora sepolto al cimitero monumentale del Verano a Roma.


A ORISTANO NELLA CLINICA OCULISTICA DEL RIMEDIO SONO STATI OPERATI CON SUCCESSO, DAL DOTTOR MATTANA ALTRI DUE GIOVANI MASCHI AFFETTI DA UNA MALATTIA DEGENERATIVA DELLA CORNEA CON UNA PARTICOLARE TECNICA CHIRURGICA
IL CHERATOCONO
SI PUÒ BLOCCARE

Nuove tecniche praticate anche in Sardegna permettono di evitare il trapianto di cornea a sempre più pazienti grazie a un'equipe di grande professionalità

di Ennio Porceddu
(03/05/2015) Nei giorni scorsi (28 maggio) il dott. Mattana(foto) responsabile della clinica Oculistica della Madonna del Rimedio di Oristano ha operato con successo altri due giovani maschi di 25 e 30 anni affetti da Cheratocono e al momento i pazienti eviteranno il trapianto di Cornea al quale erano destinati. Questa patologia è molto frequente in Sardegna e c'è grande interesse da parete dei Sardi a questo problema. La tecnica di Cross- linking è eseguita in pochissimi centri oculistici della Sardegna, mentre nella Casa di Cura di Oristano è effettuata ogni settimana di routine a pazienti che vengono da tutte le provincie Sarde.Molti pazienti non sono informati di quello che fanno a Oristano e continuano a recarsi in Continente per eseguire queste tecniche con notevoli spese personali o con grossi rimborsi dalla regione. Pertanto informarli oltre che essere indubbiamente positivo per la Casa di Cura, darà lustro alla sanità Oristanese e sarà un servizio di pubblica utilità per tutti Sardi .

Ma che cos'è il Cheratocono?
Il Cheratocono - come ci spiega il dottor Giorgio Mattana responsabile della clinica Oculistica - una malattia degenerativa della cornea che porta a un grave indebolimento della struttura corneale sino a uno sfiancamento che fa assumere la forma di cono alla cornea.
Dottor Mattana qual è l'incidenza nel mondo di questa patologia?
I dati della ricerca scientifica parlano ogni anno di un'incidenza di un nuovo caso ogni 2000 abitanti ma con le nuove tecniche diagnostiche oggi siamo a un caso ogni 600. La Sardegna assieme alla Sicilia e a tutta la fascia del Mediterraneo ha un'incidenza doppia rispetto a questi recenti dati.
Un elemento Genetico associato al clima Caldo/ secco /umido e all'Insularità sono la causa che hanno determinato la maggiore concentrazione del Cheratocono in Sardegna.
Il grave astigmatismo che si crea prevalentemente verso la pubertà, diventa evidente verso i 16 anni e può portare alla diminuzione progressiva della vista sino alla perdita totale. In questa fase solo il trapianto di Cornea può dare una speranza di recupero visivo.
Il Cheratocono si può bloccare con due tecniche innovative.
La prima è una tecniche di rinforzo della corna non invasiva chiamata Cross-Linking . Consiste in un'imbibizione della cornea con una sostanza a base di riboflavina e vitamina b12 e successivo irraggiamento con raggi ultravioletti.
La seconda, invece, è una tecnica chirurgica dove s'inseriscono nello spessore della cornea dei piccoli anelli intrastromali che vanno a contrastare l'astigmatismo indotto dal Cheratocono permettendo un buon recupero visivo e scongiurando al momento un trapianto di cornea.
In Sardegna la Casa di Cura di Oristano è all'avanguardia per il trattamento del Cheratocono avendo nell'ultimo anno eseguito oltre 150 trattamenti di Cross- Linking ed è al momento l'unica struttura in tutta l'isola che esegue la tecnica innovativa di inserzione di Anelli Intrastromali.

Il banditismo sardo / "Tutti i sardi sono delinquenti" affermavano i piemontesi durante il dominio sabaudo
LA SARDEGNA TERRA DI BANDITI
A Siliqua tra la fine settecento e metà novecento fiorì il banditismo e il brigantaggio. A terrorizzare i siliquesi (1794/1794) fu un parroco a capo di una banda di sfaccendati

di Ennio Porceddu
(28-5-2015) Ai mali dell’Isola, altre illegalità si affacciavano prepotentemente, uno di questi era il banditismo. Le cronache raccontano che dopo la concessione della Sardegna ai Sabaudi, la nostra terra era in mano ai banditi. Un fenomeno che gli amministratori e i funzionari Piemontesi non esitavano a generalizzare “tutti i sardi sono delinquenti”.Quando si parla di banditismo Sardo bisogna innanzitutto ricostruire un aspetto molto importante della storia della Sardegna, ma anche prendere in esame un triste fenomeno, che è spesso al centro della stampa e dell'opinione della collettiva nazionale e internazionale.Il problema del banditismo, e più in generale la criminalità rurale, com'è noto, non è un problema nuovo. Nel medioevo, durante la dominazione spagnola e, principalmente nel periodo sabaudo, il potere dovette combattere questo fenomeno con diversi mezzi tra i quali con la repressione militare per fermare le attività delittuose e punirne i delitti, cercando di frenare l'omertà del popolo. Queste iniziative, però, non risolvevano il problema, poiché alle radici del banditismo e delle varie forme di criminalità c'erano motivi di ordine economico, sociale e culturale difficile da sradicare per cui non potevano essere rimossi con il solo intervento militare.Anche a metà degli anni '60 del secolo scorso, nell'Isola il banditismo era molto accentuato. Allora il nostro governo pensò di inviare in Sardegna i "Baschi blu", militari che dovevano controllare le zone più impervie del territorio nuorese e in particolare barbaricino alla ricerca di banditi. Per noi sardi questa mossa governativa sembrava un eccesso, allora nel 1967 chi scrive (giovanissimo), mandò una lettera di protesta al settimanale milanese "ABC", ma indirizzata al governo centrale, dicendo che il banditismo non si debellava con i soldati, le armi, ma con una preventiva e attuazione di più scuole, più cultura, più lavoro. La lettera suscitò nella redazione un certo interesse e fu pubblicata in apertura della seconda pagina della rivista il 29 ottobre 1967.Ecco il testo:"Sardegna: L'istruzione contro il banditismo - Qui in Sardegna non ci servono i Baschi blu. Non è con le armi che si sviluppa una società moderna, ma con un'adeguata organizzazione della pubblica istruzione, non solo nei grandi centri, ma in tutti i paesi dell'Isola. E' necessario creare posti di lavoro, dare un'occupazione a tutti. Ci sono molti giovani in possesso di diplomi, attestazioni e specializzazioni che non riescono a inserirsi nella società, perché nessuno si preoccupa di loro, di dar loro un lavoro.

Qui in Sardegna i datori di lavoro prendono alle loro dipendenze gente del continente, nonostante ci siano nell'Isola persone capaci e talvolta migliori. Noi sardi, invece, dobbiamo emigrare per trovare un tozzo di pane per vivere e inserirci in una società che non è la nostra, mentre potremmo servire la nostra terra, Gli italiani e il governo dovrebbero ricordare che noi sardi facciamo parte dell'Italia come tutti gli altri. Se lo facessero, non ci costringerebbero a emigrare, migliorando la nostra vita nell'isola, la bonificheremmo anche moralmente. Il banditismo in Sardegna si combatte con l'istruzione, con il miglioramento delle condizioni di vita e con il lavoro, non con le armi".Anche a Siliqua tra l'ottocento e metà novecento, fiorì il banditismo e il brigantaggio: bande di fuorilegge che infestarono il territorio, composto prevalentemente da sfaccendati che occupavano il tempo andando a rubare nelle case, e quant'altro, impegnando, non solo i carabinieri, ma anche le guardie barracellari perchè spesso colpivano le proprietà agricole, sradicando alberi. I proprietari danneggiati, per paura di ritorsioni da parte di questi delinquenti, non presentavano denunce.In paese regnava l'omertà: molti sapevano, ma nessuno parlava. A nulla servì la nomina di un delegato perché s'impegnasse nel compito di ripristinare la legalità, nonostante la banda era nota perchè formata da pochi elementi. Uno di questi, fu il parroco di Siliqua un certo Serapio Bachis o Baquis (1793-94) che si pose a capo di una banda che, emulando il Far West, assaliva le diligenze, depredandole e uccidendone i passeggeri. Quando le forze dell'ordine, finalmente lo catturarono, scoprirono con grande sorpresa, che si trattava del loro sacerdote. Portato in processo lo condannarono a morte, ma per l'intervento della curia, i giudici gli comminarono la pena in carcere a vita. Il fatto fu poi menzionato da Emilio Lussu nel libro "Il cinghiale del Diavolo". Ma c'era chi subiva un certo fascino del bandito. Antonio Gramsci, era uno di questi, ma anche Sebastiano Satta, avvocato penalista di Nuoro, amico dei socialisti sassaresi, giornalista e scrittore che quasi un secolo fa alle gesta degli avi di Cubeddu dedicò un Vespro di Natale. Dai suoi canti barbaricini: «Incappucciati, foschi, a passo lento, tre banditi ascendevano la strada [...] ai banditi piangea la nostalgia. E mesti eran, pensando al buon odore. Del porchetto e del vino, e all'allegria. Del ceppo, nelle lor case lontane». insomma scriveva il Satta: "belli e feroci".


SASSARI, da domenica 24 maggio ha luogo a Sassari la 66° edizione della Cavalcata Sarda. La manifestazione è inserita in un nutrito calendario di momenti che caratterizzano il mese di maggio. Questa eccezionale manifestazione di popolo è seguita da tantissime televisioni italiane e estere e si potrà vedere tramite in diretta in streaming
66^ CAVALCATA SARDA
E' un incontro di costumi, carri, cavalli, ma soprattutto è una moltitudine di popolo. Oltre 3000 le persone che partecipano in costume e circa 150 cavalieri e amazzoni per il "Palio Città di Sassari"

di Ennio Porceddu
(23-5-2015) Tutto pronto a Sassari per Cavalcata sarda che avrà luogo da domenica 24 maggio 2015. Durante la sfilata il popolo sardo e i turisti, numerosi, che sono approdati da tutte le parti del mondo, possono ammirare le sfarzose vesti delle donne che ci riportano indietro nel tempo, quando la Spagna regnava sulla nostra isola. Particolarità di questa rievocazione è l'assenza di un'origine religiosa, l'evento, infatti, vuole essere la festa della vittoria sui saraceni nell'anno 1000. Alla fine della sfilata si da inizio alla cavalcata, ricca di momenti spettacolari con i caroselli equestri e prove di abilità dei cavalieri .La prima "Cavalcata Sarda" che la storia ricordi si è svolta nel 1711, durante la dominazione spagnola, per la venuta a Sassari del re Filippo V. Allora il Consiglio Comunale della città, aveva deliberato di attuare una "Cavalcata" in onore di questo sovrano. Poi nell'aprile del 1899, fu organizzata una sfilata di cavalieri in costume per solennizzare la presenza dei reali (Umberto I e la regina Margherita). Infine, nel 1939 ci fu un'altra sfilata di Cavalieri, sempre in costume, in onore dei principi Umberto a Maria Josè di Savoia: l'ideatore fu il Commendatore Giovanni Urru.

Nata ufficialmente nel 1951, per iniziativa di dei Sassaresi, La Cavalcata Sarda, non ha quindi una memoria storica. Nonostante ciò, si può affermare che lo scopo lo ha raggiunto con il crescente successo che ottiene ogni anno. Questo raduno è, diversamente dalle numerose sagre che spesso si rifanno a storie di carattere religioso e tradizionale della Sardegna, un appuntamento che da moltissimi anni ha acquisito un certo interesse perché si tratta sempre di una manifestazione di popolo, ma che di tradizionale ha solo le migliaia di costumi che vi prendono parte. La manifestazione rappresenta una delle più belle e importanti espressioni folcloristiche, ma i veri protagonisti sono i gruppi folcloristici (oltre 3000 partecipanti), che giungono da tutta la Sardegna che vivacizzano una delle più interessanti sfilate dell'isola. Vi partecipano inoltre centinaia di cavalieri e amazzoni, anch'essi nei costumi tradizionali, per concorrere alla gara di velocità nel "Palio città di Sassari".Alla sfilata, attrazione dominante sono come sempre, i Mammuthones e Issokadores di Mamoiada, e Boes e Merdulas di Ottana, con i loro indumenti di pelle e i fragorosi campanacci che, secondo lo storico Carlo Bazzana, "ricordano suggestivamente le rappresentazioni dell'antica Grecia".

I gruppi folclorico che giungono da tutti i centri dell'Isola, sfilano per le strade cittadine con i loro splendenti colori che ammaliano il numeroso pubblico. Come di consueto si inizia con l'esibizione dei gruppi provenienti dalla provincia di Sassari. Seguono quelli di Nuoro e Oristano e per chiudere quelli provenienti dalla provincia di Cagliari. Nel pomeriggio sì da via alle spericolate gare ippiche e corse a pariglie nell'ippodromo cittadino con spettacolari acrobazie che entusiasmano il pubblico. Sempre la sera, s'innalzano gioiosi i canti e i balli sardi caratteristici, tra cui il tradizionale "ballo tondo". Presenziare per la prima volta alla Cavalcata Sarda di Sassari, significa per chiunque assistere a un avvenimento eccezionale.


Ad aprile King era stato ricoverato in ospedale a Los Angeles perchè soffriva di diabete
B.B. KING,ADDIO
AL RE DEL BLUES


di Ennio Porceddu
(15-5-2015) Il famoso chitarrista è morto all'età di 89 anni la notte scorsa nella sua casa di Las Vegas. La notizia è stata riportata dall' Usa Today. Ad aprile King era stato ricoverato in ospedale a Los Angeles perchè soffriva di diabete. A ottobre scorso aveva avuto un malore durante un concerto, dovendo cancellare il resto del tour. All'origine c'erano, anche in quel caso, le conseguenze della malattia diagnosticatogli oltre vent'anni fa. "Grazie a tutti per i vostri auguri e per le vostre preghiere" era stato il messaggio postato il primo maggio sul suo sito dallo staff. "Sono in cura nella mia casa a Las Vegas"."Il nome di King è sinonimo di blues, tanto quanto un tempo quello di Louis Armstrong lo era per il jazz" ha scritto il critico Francis Davis nel sul libro "The history of the blues". "Non bisogna essere un fan del blues per aver sentito parlare di King" che per sessant'anni ha trionfato sui palcoscenici di tutto il mondo. Valente e capace di influenzare una generazione di chitarristi rock, da Eric Clapton a Stevie Ray Vaughan, Riley, B. King (questo il suo vero nome) aveva cominciato la carriera negli anni '40 e da allora non aveva mai smesso. Il chitarrista nella sua lunga carriera ha pubblicato oltre 50 dischi.B.B. King era nato nel 1925 in una piantagione di cotone vicino a Itta Benna, nella regione Delta del Mississippi, il 16 settembre del 1925 in una famiglia di contadini, dove in un primo momento aveva lavorato in una fattoria prendendo però nel contempo le prime lezioni di chitarra in una scuola della zona.Tra i suoi successi più noti 'Three O' Clock Blues', 'The Thrill Is Gone' e 'When Love Comes to Town', in concorso con gli U2. Accompagnato sempre dalla sua inseparabile chitarra Gibson, che chiamava Lucille, King ha ottenuto nell'arco della sua carriera ben 15 premi Grammy. Mai altro musicista blues era arrivato a tanto.

EBOLA O MALARIA?IL COOPERANTE
ERA STATO IN SIERRA LEONE

BUONE LE CONDIZIONI DI SALUTE DELL'INFERMIERE RICOVERATO A SASSARI

di Ennio Porceddu
(12-5-2015) Un sospetto caso di ebola a Sassari. L'uomo è stato ricoverato ieri sera nel reparto di Malattie Infettivi di Sassari.Subito sottoposto ad una serie di accertamenti clinici che verranno inviati all'Ospedale Spallanzani di Roma per stabilire se si tratta di Ebola o se invece è un caso di Malaria.Il paziente è un infermiere professionale sardo che ha lavorato per una associazione di volontariato in Sierra Leone per quasi tre mesi (dal 15 febbraio al 6 maggio).Secondo le direttive dell’assessorato (ne avevamo già parlato in questo giornale), già da novembre scorso erano state individuate apposite stanze di degenza perché dotate degli standard previsti per accogliere pazienti con sintomi sospetti.Il caso è trattato come un codice rosso (febbre oltre i 38,6 e permanenza in zone a rischio Ebola nei 21 giorni precedenti).Il degente che non ha avuto contatti con altri persone e animali domestici, stamattina ha avuto un picco di febbre 39,2 : ed è quello il momento peggiore perché il virus diventa contagioso.Il paziente è stato prelevato dalla sua abitazione ieri pomeriggio alle 15,00 dal 118 ieri alle 15 per essere poi ricoverato nella nuova struttura ospedaliera sassarese."Sono state rispettate tutte le procedure di sicurezza - spiega una nota della Regione - previste dai protocolli nazionali e regionali da parte del personale del 118 e del personale del reparto di malattie infettive che ha utilizzato maschera, occhiali e scafandro per evitare qualunque contatto diretto. La situazione è sotto controllo, e le nostre Unità di crisi hanno funzionato perfettamente - assicura l'assessore della Sanità Luigi Arru - Adesso sono in atto tutti gli accertamenti per capire se si tratta davvero di un caso di contagio da Ebola o di una semplice influenza, come potrebbe tranquillamente essere".Intanto i responsabili dell'associazione di volontariato fanno sapere che l'infermiere non ha avuto contatti non protetti con casi noti o sospetti di Ebola.Ora si dovrò aspettare il responso del laboratorio di analisi dello Spallanzani di Roma per indirizzare una terapia adeguata al paziente.

Il primo maggio una moltitudine di fedeli s'incontra a Cagliari per festeggiare e onorare il simulacro del santo protettore della città e di tutti i sardi. Per l'occasione i pellegrini, in massa, arrivano da tutte le parti del mondo. Mentre i giovani laureati e disoccupati sardi al santo chiedono il quarto miracolo: il lavoro

1^ MAGGIO
SAGRA SANT'EFISIO 2015

di Ennio Porceddu
(29-4-2015) Mentre per gli italiani il primo maggio è la festa del lavoro (ormai raro per oltre il 40% dei giovani laureati e diplomati) e a Milano il governo Renziano inaugura l'EXPO 2015, a Cagliari, questo giorno, da ormai 359 anni, una moltitudine di credenti (e di giovani laureati non occupati nella speranza che Sant'Efisio faccia il quarto miracolo per loro), accompagna in preghiera il cocchio dorato del santo muovendosi dal centro di Cagliari verso la località di Nora, dove fu decapitato, per rientrare, come sempre, in città il 4 maggio a tarda sera(
foto di Primo Fusari). Anche con il tempo incerto, i fedeli e i turisti arrivano da tutte le parti del mondo per assistere alla più importante festa religiosa e di popolo della Sardegna e del Mediterraneo.Il corteo parte dalla chiesa di stampace alle 12,00 e si snoda nelle vie principali del centro di Cagliari scortando il simulacro del santo.Le traccas, migliaia di costumi sardi, i cavalieri e i miliziani, la Guardiania e l'Alternos fanno da cornice alla grande sagra del santo protettore della città di Cagliari.La sagra di Sant'Efisio, sant'Efis per i sardi, è la più amata, la più festeggiata, la più ricordata.

E' da oltre tre secoli e mezzo che si continua a parlare di questo Santo che è rimasto nei cuori e nelle menti dei sardi e dei cagliaritani in modo particolare e per così tempo si continua, ogni primo maggio, a ricordare le sue prodigiose imprese e ad amarlo e venerarlo per le cose che ha fatto per la sua città. Cagliari, in ginocchio per confermare il grazie tangibile.E' dal 1656 che si festeggia senza interruzione S. Efisio e grande folla lo aspetta per le vie della città fino alla chiesetta di Nora. L'evento è sempre eccezionale perché è alta la devozione e la preghiera si fa viva partecipazione: momenti scanditi dalle note delle launeddas e dal canto del rosario in sardo. E quando il cocchio del Santo spunta dal largo Carlo Felice per la via Roma, è già un tripudio di colori e l'aria è colorata d'intenso profumo mentre il "vascello" galleggia tra la folla.La commozione è palpabile e le lacrime scendono naturali. La folla è lì ancora una volta per incontrarsi col suo Santo guerriero, a pregarlo e ad affidargli una persona e a raccomandargli un segreto: chiedono ancora miracoli. E lui, S. Efisio, continua a essere prodigo e a non dimenticarsi di nessuno, perché la sua vocazione è sempre stata per Cagliari e per i suoi cagliaritani fin da quando graziò la città dalla terribile peste del seicento, che decimò i suoi abitanti, e quando, nel 1793, fece naufragare, come un autentico tsunami, le navi francesi, squassandole e disperdendole, arrivate nel golfo degli angeli alla conquista di Cagliari.

Il terzo miracolo è più recente ed è datato 1943 quando Cagliari era sotto i bombardamenti. C'era molto dolore, rassegnazione in una città desolata dove c'erano pochi abitanti mentre gli altri erano tutti sfollati nei paesi vicini. E anche in quell'occasione la mano prodigiosa del Santo è stata salutare e benefica e in quel 1° maggio del 1943 mentre passava nelle poche vie della città ridotte a polvere e macerie, su un camioncino del latte, Efisio faceva germogliare il seme della speranza nella via della rinascita e della ricostruzione della città. Tre momenti storici che Cagliari non può dimenticare e che oggi, vuole ricordare con gioia, con canti e con doverosa partecipazione religiosa.

La Settimana Santa in Sardegna rappresenta uno dei momenti più intensi di tutto l’anno e quest'anno va dal 29 marzo al 6 aprile 2015. Inoltre, le varie manifestazioni organizzate dalle confraternite ci portano a scoprire i tesori più nascosti di tutte le località dell'isola
SA CHIDA SANTA
IN SARDEGNA

E' il periodo dell’anno più emozionante per la sua luminosità mistica e spirituale. Nella Settimana Santa (Sa Chida Santa), vengono celebrati gli ultimi giorni di Cristo, la passione, la morte e la sua resurrezione, in un susseguirsi di momenti di religiosità popolare accompagnati dai canti chiamati “gosos”

di Ennio Porceddu
(20-3-2015) La benedizione delle Palme da inizio,in tuttala Sardegna, alla Settimana Santa. E’ un appuntamento di grande religiosità e d'intenso sentimento.Il periodo più espressivo dell’anno liturgico che si celebrala Passionedi Cristo,la Resurrezione, L’incontro (S’incontru) e lo Schiodamento (S’iscravamentu).In tutti i paesi dell’Isola,la Santa Pasquaè molto ricca ed emozionante.Il giovedì che precede la celebrazione religiosa, i fedeli offrono e depongono sul sepolcro i fiori migliori e i bianchi vasi di grano germogliato al buio (Su nenniri).La sera del venerdì Santo si svolge la cerimonia della deposizione della croce (su scravamentu).Al centro della chiesa è deposto un grande crocefisso, ai lati e dietro si dispongono la statua della Madonna vestita di nero e i nobili che impersonano San Giovanni Giuseppe D’Arimatea con numerosi giudei incappucciati coperti da una lunga tunica stretta alla vita.Da quel momento, il predicatore illustra le fasi della passione e della deposizione di Nostro Signore Gesù Cristo.A questo punto, in tantissimi centri della Sardegna, le donne, che la notte di Natale aveva cantato in coro la “ninna nanna” al bambino Gesù, si dispongono intorno al Cristo morto e intonano “S’attidu”, con forma lamentosa “Cagliadebos creaturas, ca su mortu est fizu meu” (Tacete creature, che il morto è mio figlio).La domenica mattina, giorno di Pasqua, per le strade del paese si snodano due diverse processioni: una composta di soli uomini con la statua del Cristo; l’altra, formata di sole donne con la statua della Madonna velata di nero.Nel momento in cui, le due colonne si trovano l’una di fronte all’altra (S’incontru), il Figlio s’inchina per tre volte, davanti alla Madre, intanto un confratello le toglie il velo nero.E’ l’attimo massimo della cerimonia. Intanto, i presenti, ne rilevano l’importanza con spari e lancio di mortaretti (L’incontro è comune in tutte le parti dell’isola e non presenta nessuna variante).Le due processioni si riuniscono per proseguire appaiate fino alla chiesa dove saranno deposte le statue.

LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI
A Cagliari,la SettimanaSantaè celebrata nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuove il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale.Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto.La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente versola Cattedrale.Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale,la Croceè presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo.Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “is cantoris” che, accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere.Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga.La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgono le processioni de “S’incontru” tra Gesù ela Madonna.Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.

TRA STORIA E LEGGENDA,LA SARDEGNA IN PRIMO PIANO
L'ULTIMO SUCCESSO DELLO SCRITTORE ENNIO PORCEDDU
"ALL'OMBRA DEL CASTELLO DI SILIQUA"


di Augusto Maccioni
(13-3-2015) E' impressione generale che tutti i libri di storia, soprattutto quella spicciola e non rivolta agli specialisti e agli addetti ai lavori, abbiano trovato una giusta collocazione nel gusto dei lettori i quali, forse perchè immersi nella quotidianità, sono sempre più disposti al genere storico, alle vicende e ai personaggi della storia passata e a quella recente. Un discorso a parte merita la Sardegna, un'isola nell'isola, lontana per molti versi dal contesto storico italiano e pur sempre legato alle sorti della Patria. Molti libri sono stati scritti sulla nostra terra, e in questo senso esiste una vasta bibliografia sulle opere esistenti riguardanti la Sardegna. In questo contesto si inserisce l'opera del giovane scrittore Ennio Porceddu sulla storia di Siliqua.

Il suo "All'ombra del castello",su "Ilmiolibro.it",non vuole affatto essere specialistico ma vuole percorrere le vicende che hanno portato all'origine del paese fino ai nostri giorni. Il merito del Porceddu è anche quello di aver esaminato la storia della Sardegna dal periodo nuragico al 1948, inserendo agevolmente usi costumi e personaggi di Siliqua oltre ad una carrellata di stupende immagini riconducibili all'antica storia del paese. Il percorso storico tracciato da Ennio Porceddu è dei più semplici, organicamente e tecnicamente ben amalgamato, scritto con un linguaggio accessibile, con chiaro stile giornalistico. A tratti il "racconto" di Siliqua, perchè in questo senso deve essere letto "All'ombra del castello", ha la necessità di una pausa ed ecco affiorare l'antico casato dei Cardia, originari di Tortoli, che ebbero il titolo nobiliare già nel 1644. Nel 1846 gli abitanti di Siliqua erano 1937, di cui 1021 di sesso maschile e n. 916 donne. E' un altro capitolo riguardante la "Siliqua di Ieri", ma ci sono altri aspetti degni di rilievo come l'arte del telaio, punto di riferimento del piccolo centro del Cixerri, eppoi l'economia del paese nel 1800, l'agricoltura, la pastorizia e le acque termali di Zinnigas. Nel territorio ci sono diversi nuraghi in gran parte distrutti quali Miali e Monte Oru. Su un colle piramidale si erge il castello di Acquafredda con le sue interessanti rovine. E' il ben noto e famoso castello del conte Ugolino che Dante Alighieri ha immortalato nella sua Divina Commedia (inferno XXXIII canto). La storia del " Castel Dayguafreda" è appassionatamente raccontato da Ennio Porceddu il quale traccia l'itinerario preciso per arrivarci. Ma come era questo castello? Si sviluppava, si legge ancora nel libro, come una grande "U" attorno al quale c'era il cortile d'onore, ed era costruito da un piano interrato e da due elevazioni site in cima al colle. Le dimensioni erano modeste con tre camere riservate al castellano e alla sua famiglia, una camera per gli inservienti, una modesta cucina, una camera per le armi e le corazze, un magazzino e una terrazza da dove si poteva ammirare la pianura del Cixerri.

Il "racconto" si fa più particolareggiato interessando la figura del conte Ugolino. Interessanti anche i capitoli riguardante la Sanità (1942 - 1949) e il colera del 1867, oltre le chiese cristiane durante i secoli quali la parrocchia di san Giorgio, patrono di Siliqua, S. Anna, S. Antonio e le chiese campestri di S. Margherita e di S. Giacomo. Siliqua è tutta qui ? Potrebbe essere un punto di riferimento per conoscere ulteriormente la storia dell'antico paese del Cixerri. Il merito di Ennio Porceddu è quello di aver raccontato storicamente, con un linguaggio accessibile, le vicende del paese, ieri e oggi, non trascurando i suoi personaggi quali la casata dei Cardia e il conte Ugolino. Le premesse ci sono per amare e approfondire la storia di Siliqua, un centro che non può essere dimenticato.

Cagliaritana,vincitrice di numerosi concorsi internazionali, ha cantato in opere del repertorio del melodramma italiano ottocentesco, da Rossini a Donizetti, da Verdi a Puccini e Bellini in tutti i teatri del mondo
GIUSY DEVINU
UN GRANDE SOPRANO SARDO

Al suo esordio nel 1982, all’Auditorium del Conservatorio di Cagliari, rivestì il ruolo del paggio Oscar in “Il ballo in maschera” di Giuseppe Verdi con la direzione del maestro Nino Bonavolontà


di Ennio Porceddu
(26-2-2015) Sono passati otto anni da quando il soprano cagliaritano è scomparso(Nella
foto la cantante col tenore Silvano Paolillo). Una giovane che ho conosciuto ed ho ammirato la sua bravura, ma anche sentito i suoi esercizi, i lunghi gorgheggi che dalla sua finestra, dal quarto piano, echeggiavano per la strada, che i bambini, ignari dell'importanza di quelli esercizi, ripetevano come dei pappagallini. Esercizi che per Giusy erano molto importanti per la sua preparazione artistica.Perché la Devinu era una perfezionista e non interrompeva mai le sue ore di studio.

Non sono stato certamente il primo ad avere intuito le potenzialità artistiche della cantante Giusy Devinu.E' certo, però di essere stato uno primi a intervistarla all’inizio della sua carriera.In un mio articolo del 12 giugno 1982, apparso sul quotidiano L’Isola di Sassari, ebbi modo di scrivere che “Il canto lirico ha un’altra stella – E’ cagliaritana, grintosa e molto brava. – Per lei si stanno spalancando le porte dorate del mondo della canto”.La prima volta che mi recai (in veste di giornalista), a casa dei suoi genitori, trovai la giovane soprana allora 21enne, da poco uscita da una bellissima esperienza: aveva vinto il Concorso internazionale di Spoleto con la Traviata di Giuseppe Verdi, per la regia di Marco Parodi.Giusy Devinu, in quella circostanza interpretava il ruolo di Violetta, un personaggio molto consono alla sua voce e alla tecnica e professionalità acquisita: tecnica che le ha consentito di svolgere diversi con grande naturalezza.In quell’occasione, la Devinu mi confessò che vincere il Festival di Spoleto era stata “una sensazione molto bella che ti carica sempre più. A Spoleto vi partecipavano concorrenti di tutta Italia, giovani e meno giovani, più esperti di me. "Questo – aggiunse – è per me positivo. In questo modo tutti i miei sacrifici vengono in parte premiati”.La Devinu, nata a Cagliari nel 1960, diplomata al Conservatorio “Pierluigi da Palestrina” con il massimo dei voti in canto con la nota insegnante Maria Casula, e in pianoforte con la prof.ssa Lodovica Costa, nel 1981, vinse una borsa di studio che le consentì di continuare a perfezionarsi.Poi fu notata dal grande Kraus Alfred e catapultata a Perugina, per una serie di concerti.In seguito, fu scritturata a Tempio, per partecipare al concerto per la commemorazione del grande Bernardo Demuro.La Rai-Radiotelevisione Italiana, presente alla manifestazione, registrò e mandò in onda il concerto, mentre la casa editrice e discografica “Bongiovanni” di Bologna, pubblicò un LP del concerto.Il 28 dicembre 1982, la ritroviamo all’Auditorio del Conservatorio di Cagliari, in un ruolo spiritoso nelle vesti del paggio Oscar in Un ballo in maschera di G. Verdi, con la direzione del maestro Nino Bonavolontà. Un’opera tetra e cupa che fu accolta dal pubblico e dalla critica specializzata con gran successo.Dopo il concorso di Spoleto, la carriera della giovane Giusy fu un susseguirsi di successi che la portarono calcare i più grandi teatri italiani e internazionali (la Scala di Milano, la Fenice di Venezia, l’Opera di Roma, il Téàtre du Chàtelet di Parigi, il San Carlo di Napoli, il Politeama e il Teatro Massimo di Palermo, e Nuovo Teatro Comunale di Cagliari.), con ruoli e repertori diversi dal melodramma italiano del ’800: Puccini Verdi, Rossini, Bellini Donizetti.Il soprano cagliaritano fu Interprete incomparabile di Violetta, il suo personaggio più amato in più di 32 occasioni. I suoi ruoli furono anche: Nerina nel Don Pasquale di Donizetti, Amina né La Sonnambula di Bellini, Berenice ne L’Occasione fa il ladro di Rossini, Musetta nella Bohéme di Puccini, Maria Stuarda di Donizetti, Liù nella Turandot di Puccini, Donna Elvira nel Don Giovanni di W. A. Mozart e infine Maria di Rohan di Donizetti.Tra i direttori d’orchestra: Massimo Bernart, Carlo Fracci, Nino Bonavolontà, Riccardo Muti, Thomas Sanderling, Gianluigi Gelmetti, Gerard Kostern, la regia di Giorgio Strehler e Angelo Campori.Ai concerti e alle opere hanno partecipato le più importanti orchestre internazionali, l'Orchestra sinfonica della Rai di Torino e Orchestra e coro del teatro Regio di Torino.Nel 1991, la Devinu, tenne gratuitamente un Master Class al Conservatorio di Cagliari, dove partecipano giovani esordienti.Il 2 settembre del 1993, le fu affidato il compito di inaugurare il nuovo Teatro Comunale di Cagliari, assieme al contralto Bernadette Manca di Issa. Per l’occasione fu messa in scena Messa di Gloria di Rossini, con la direzione del Maestro Thomas Sanderling.Nel luglio del 2005, nonostante fosse sofferente per una malattia che la tormentava da diversi anni, Giusy Devinu, con la collaborazione di Marcella De Osma, curò il dramma semiserio, in due atti, composta da Bellini nel fior della sua giovinezza Adelson e Salvini, per la messa in scena degli studenti del Conservatorio della sua città natale.La sua ultima interpretazione fu del 26 aprile 2006 con I Capuleti e i Montecchi di Bellini, con l’Orchestra e Coro del Teatro San Carlo di Napoli. Il 7 marzo l’opera di Bellini fu incisa perla Fonit (Warner), con la direzione del maestro Angelo Campori.Giusy Devinu, nel corso della sua carriera ricevette due premi importanti: La Navicella e Loggionisti della Scala.La cantante, sposata con il basso Francesco Musinu, aveva condiviso con lui anche i palcoscenici e i teatri più famosi del nostro pianeta.Dopo la scomparsa della cantante, avvenuta il 2 maggio 2007, il baritono Paolo Coni, direttore artistico del Teatro Guardassoni di Bologna, ha istituito un Premio alla memoria. Il concorso, ogni anno, vede la partecipazione di centinaia di cantanti lirici provenienti da tutto il mondo.

I COLORI DI BELVI' A RAPPRESENTARE LE TRADIZIONI DELLA SARDEGNA
AL “PIERS FESTIVAL” IN AUSTRALIA COL CIRCOLO SARDO DI MELBOURNE

(21-2-2015) I coloratissimi abiti tradizionali di Belvì (Nuoro) hanno rappresentato l’Isola al “Piers Festival” a Port Melbourne, grazie alla presenza della Sardinian Cultural Association (SCA), presieduta da Paul Lostia. La giornata si è svolta al Princes Pier, il 25 gennaio scorso, con l’intento di celebrare la storia particolare dell’emigrazione e del multiculturalismo presenti a Melbourne: la manifestazione inoltre fa parte delle celebrazioni ufficiali per l’Australia Day di Victoria.

L’associazione sarda ha condiviso uno spazio con la società Isole Eolie – uniche due realtà italiane presenti all’evento – nella zona chiamata “The landing” (“L’atterraggio”, dove gli emigrati della SCA hanno presentato alcuni aspetti della cultura sarda: gli abiti tradizionali indossati da Iole, Nika, Macarena, Aurora e Stefano arrivavano direttamente da Belvì, e hanno fatto da cornice alla proiezione di immagini della Sardegna, all’esposizione di prodotti dell’artigianato e alla presentazione di dolci tradizionali realizzati da Tonina Nolis ( Fonni), Toia Cordedda ( Banari), Sabina Ledda ( Santulussurgiu), Iole Marino ( Belvì) e Giovanna Ruiu ( Varese).“Un ringraziamento particolare va a Emanuele Nolis, sardo dalla Toscana in vacanza in Australia – ha commentato Paul Lostia – per il suo eccellente lavoro fotografico durante la giornata, e anche tutti quelli che hanno contribuito a quello che era un grande spettacolo che ha celebrato la tradizione sarda all’interno della politica del multiculturalismo australiano, e in particolare a Marcello D’Amico – Consigliere MAV, che ha reso possibile la nostra partecipazione all’evento”.

Da: Tottus in Pari in dai circoli degli emigrati sardi


E' uno degli avvenimenti più leggendari della tradizione popolare sarda, a cavallo tra folclore sardo e spagnolo. La Sartiglia si tiene da domenica 15 al martedì 17 febbraio 2015, giorno di chiusura del Carnevale a Oristano
LA SARTIGLIA
Per due volte all'anno si corre , nell'antica capitale del Giudicato d'Arborea, in Sardegna. una giostra equestre detta "la sartiglia, che vede la partecipazione di 120 cavalieri per la Corsa alla Stella nella quale cavalieri al galoppo gareggiano nell'infilare con una spada o una lancia, un anello o una stella sospesa ad una funicella

di Ennio Porceddu
(13-2-2015) Da Domenica 15 al martedì 17 febbraio 2015 si svolge a Oristano una delle più importanti manifestazioni popolari dell'Isola: la Sartiglia, una giostra equestre di antiche origini. Il 2 febbraio, giorno della Candelora, il Gremio nomina il Componidori e gli consegna per mano del più importante rappresentante, una candela benedetta ornata di un nastro con i colori sociali. Secondo la credenza popolare, segna la fine dell'inverno e l'inizio del Carnevale e che essa è di solito legata a elementi originari e retaggio di antichi riti agrari di fine d'anno.Quest'anno sarà Corrado Massidda a guidare la Sartiglia di domenica 15 febbraio 2015.Nei giorni scorsi, s'Oberaiu Majori del Gremio dei Contadini Salvatore Carta l'ha comunicato ai membri del Gremio riuniti nei locali della chiesa San Giovanni.Su Componidori Corrado Massidda sarà accompagnato da Ignazio Lombardi e Fabrizio Manca.Alessandro Crobu, noto Su Longu, invece, guiderà il Gremio dei falegnami di San Giuseppe.Cavaliere di grande esperienza e molto stimato Crobu è stato scelto dal preside mete del Gremio Carlo Pisanu. L'investitura si svolgerà nella sede del Gremio in via Eleonora.Al suo fianco ci sarà su segundu componidori (il secondo componidori) Tore Pau e su terzu (il terzo) Maurizio Casu.La Sartiglia o Sartilla è un grande spettacolo di colori, simboli e metafore, dove tra il sacro e il profano, si mescolano culture, bravura e valori.

L'espressione principe di un popolo: di quella borghesia sociale e culturale che prende il nome di Gremio. Secondo la credenza popolare, la Sartiglia sarebbe un rito agrario da cui si trarrebbero auspici per il nuovo raccolto: una ricorrenza della tradizione del popolo sardo che trae origini dalla fusione di cerimoniali stagionali legati all'agricoltura con elementi cavallereschi sostenuti dalla storia del costume della città di Oristano. "Il gioco dell'anello" o "il gioco della Quintana" è un torneo cavalleresco in voga anche in Europa nel XIII secolo, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel XVI, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per "dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato". Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l'associazione che era preposta all'organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi "su cungiau de sa Sartiglia".Per quanto si riferisce ancora alla Sardegna, si ha notizia di una corsa all'anello organizzata nel 1714 a Cagliari, in occasione della nascita di un principe spagnolo. La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l'evento). Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l'Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia.Per l'occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali).

Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componitori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione. La vestizione è un'affascinante cerimonia, dove l'opera delle ragazze in costume sardo (is Masaieddas) sotto la guida dell'esperta Massaia Manna. E' fondamentale. Il momento della vestizione che vede il Componitore sopra un tavolo, assume un significato quasi sacrale. Vestito, con cilindro nero, mantiglia, una camicia con sbuffi e pizzi, il gilet, una larga cintura di pelle e una maschera che incornicia il viso con l'ausilio di una fasciatura di seta, sale a cavallo e non dovrà toccare terra sino alla fine della giornata e sino a quando non avverrà la vestizione. Espressione della purezza con la sua maschera quasi angelica.Al termine della vestizione, su Componitori oltrepasserà la soglia. L'inizio del rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe annunciano l'imminente inizio della gara. Alla corsa partecipano 120 cavalieri selezionati fin dal 1980, dall'associazione sportiva dilettantistica "Cavalieri Sa Sartiglia".Dopo la vestizione de su Componitori, il corteo dei cavalieri elegantemente rivestiti degli antichi costumi della tradizione spagnola e sarda, guidati dal capo corsa, dai trombettieri, dai tamburini e dal Gremio dei Contadini la domenica e dai Falegnami il martedì, si avvia verso la via che porta alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Questo è il momento più avvincente della manifestazione.

L'abbraccio della città e la calorosa partecipazione dei turisti arrivati da tutte le parti del mondo, è enorme. Fra tutti, colpisce su Componitori, il principe del torneo che per un giorno è al centro dell'attenzione di tutto il popolo presente, con la sua imponenza ed eleganza. Su Componitori è eletto dal Consiglio direttivo del Gremio nel giorno della purificazione della Madonna. Nel percorso, vanno avanti gli "Obrieri" del Gremio e i cavalieri che, a due passi dal Duomo, si cimentano in una scatenata corsa verso la stella. Spetta al Componitore, capo assoluto della corsa, scegliere i cavalieri ai quali sarà concesso cimentarsi nella corsa alla conquista dell'emblema e consegnare loro la spada. Un insieme di suoni, luci e colori, n'esalta il successo. C'è sempre una simbiosi perfetta fra il cavallo e il cavaliere a conclusione della gara: ritto in sella, con la spada in pugno, il cavaliere saluta la folla dopo aver centrato la stella. Alla fine della gara, il Compositore, scortato da due aiutanti, benedice la folla con un mazzo di viole "sa pipia de maju", segno dell'imminente primavera, che si spera porti tanta prosperità al popolo. Quella è l'ultima corsa che si svolge di fronte al Duomo, prima della "Pariglia": il Componitore corre supino in sella al suo cavallo, mentre la folla, partecipe, applaude. Solo in quel momento la Sartiglia può dirsi conclusa e la manifestazione in quell'anno può essere irrevocabilmente tramandata alla storia e alla memoria della città di Oristano e alla Sardegna tutta.

IL GIOCO EQUESTRE: HA ORIGINI MOLTO ANTICHE
Si pensa siano stati i Crociati a introdurla in Occidente, fra il 1118 e il 1200, dopo esserne venuti a conoscenza in Oriente, quindi supponibile di origine Saracena: una giostra che non è altro che una corsa equestre dove il cavaliere deve infilare , con la lancia o con la spada, una stella di metallo con un foro al centro, sospesa con una cordicella lungo un percorso ben definito , dai cavalieri lanciati al galoppo. Questa festa di popolo è anche detta "la corsa del saraceno", perché, secondo gli storici, in uso dai Saraceni per l'addestramento dei cavalieri alle armi.Ogni volta che si legge la storia della Sartiglia, uno rimane affascinato, come se fosse sempre la prima volta. La storia di questo gioco equestre è parallela a quella della città d'Oristano: una ricostruzione del passato, introdotta e sostenuta dagli oristanesi, che corrisponde al succedersi, nel corso dei secoli, alle varie dominazioni della Sardegna.Sartiglia, Sartilla o Sartillia, deriva dallo spagnolo "Sortija", in altre parole, vuol significare "Anello". Questo gioco equestre che si svolge due volte l'anno (l'ultima domenica e l'ultimo giorno di carnevale, arriva da molto lontano. Secondo gli storici furono i Crociati a introdurre le gare cavalleresche in Occidente fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa in Oriente, nel periodo che va, dalla prima alla terza Crociata. La Sartiglia, si pensa sia arrivata assieme alla "Quintana" di Foligno e alla corsa del saraceno della città d'Arezzo.Per quanto ci riguarda, è certo che questa gara equestre è arrivata in Sardegna attraverso la Spagna, dove, prima degli spagnoli, la praticano i Mori.Nelle regole riportate dagli antichi storici di Milizia, si scopre che il gioco dell'anello si basava nel sospendere, alla fine del percorso stabilito (ad altezza d'uomo e cavallo), un anello che il cavaliere in corsa doveva infilzare con la lancia o la spada.Per gli spagnoli, questa corsa a cavallo diventava la Sartiglia, e fu praticata alla Corte del Giudicato d'Arborea. Non si esclude che si svolgesse anche prima dell'arrivo degli Aragonesi.Si narra, visti i legami di parentela esistenti fra Arborea e la Corte d'Aragona, che i Giudici e i Cavalieri si trasferirono per un certo periodo di "educazione alla vita di corte e alle armi", presso gli Aragona.In Italia, i primi a praticare questo tipo di gara equestre, furono i pisani, anche grazie a Ugo Visconti, rientrato da una spedizione in Terrasanta.Secondo le "Cronache Pisane" del Concioni, già nel medioevo, nella città di Pisa, si correva la Sartiglia, ritenuta d'origine sarda. Se poi, andiamo a esaminare attentamente ogni dettaglio della Sartiglia, ritroviamo motivi tipici della giostra e del torneo, che avvalorerebbe successive contaminazioni con i giochi militari germanico - latino.

Nel Regno di Napoli e Sicilia, fu Carlo I D'Angiò, dopo il 1266 (in pratica dopo la conquista dei due regni), a introdurre il "gioco delle lance" e la corsa equestre. Più tardi, questi giochi si diffusero in tutta la Penisola. Mariano II d'Arborea, durante la sua permanenza da Carlo D'Angiò (1300 - 1302) a Firenze, svolse la sua educazione di vita, non trascurando ogni forma di divertimento con la nobile gioventù fiorentina.In Toscana Mariano II, andò a nozze con la giovane figlia di Andreotti Saraceno e la condusse a Oristano, dove - secondo gli studiosi del passato - per festeggiare quest'importante avvenimento, offrì al popolo sardo (secondo l'usanza) spettacoli, balli, divertimenti vari e giochi equestri. Con le nozze d'Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria, e di Beatrice con il conte Barbona, si ripeterono quei festeggiamenti. Nello stesso periodo in cui la Sartiglia, dalla Sardegna, approdava a Pisa, dalla città toscana fu introdotto nell'isola, il Palio "sa corsa de su pannu". Secondo alcuni studiosi, la più antica testimonianza della giostra all'anello, risalirebbe al 1371 e si svolgeva a Narni, in provincia di Trani, dove tuttora si corre in occasione della festa di san Giovenale.In tempi più recenti, specie nel Campidano, il Palio ha assunto una grande popolarità.Lo storico Cetti, nella sua "Storia naturale della Sardegna (Sassari, 1777), scrive: " da tempo immemorabile si corre per i drappi in tutto il Regno di Sardegna, con un'universalità che non vi è altrove, poiché non v'è casale fosse ancora di soli 50 fuochi, ove non si corra almeno una volta all'anno".L'Ardia di Sedilo, nota come la festa in onore di San Costantino, secondo gli storici, potrebbe essere una derivazione di questo gioco equestre importato. Perciò, si potrebbe affermare che l'introduzione della Sartiglia di Oristano, potrebbe essere datata al XIII secolo. In pratica, prima dell'invasione aragonese, e non come vuole la tradizione popolare, intorno al XVI secolo.

Giovanni Maria Tolu fu probabilmente il più famoso tra tutti i banditi sardi: si diede alla macchia dopo aver ridotto in fin di vita il parroco del suo paese
Storia di un bandito sardo
Giovanni Maria Tolu di Florinas
Esce postumo la sua biografia"Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo" nel 1897 dettata allo scrittore Enrico Costa

di Ennio Porceddu
(4-2-2015) Presentato dalla voce popolare come un bandito nobile e disinteressato dell'ottocento, Giovanni Maria Tolu, nato nel 1822 a Florinas, in un piccolo villaggio del Sassarese, nel novembre del 1895 di reca da Enrico Costa, già noto scrittore e giornalista sassarese, perché vuole affidargli la sua verità. È stanco delle menzogne che girano sul suo conto in Italia e all’estero. Lo scrittore ne parla con l'editore Giuseppe Dessì che accoglie il progetto e dal gennaio successivo iniziano gli incontri nello studio dello scrittore Tolu fuma la pipa e narra la sua storia. I quasi trent’anni di latitanza, li vive tra nascondigli di amici e le grotte, di giorno dorme mentre la notte vigila per non essere sorpreso dalle forze dell'ordine. Per lui sono anni meno faticosi dei venticinque mesi di detenzione nelle carceri di Sassari, Oristano, Cagliari e Frosinone dopo la sua cattura e dove dal processo ne esce assolto. Dal racconto del Tolu ne viene fuori una rocambolesca biografia che E. Costa descrive in profondità e con grande sapienza il periodo e i diversi aspetti della "società del malessere" della Sardegna del XIX secolo.

Dalla sua verità ricca di umanità, nasce un testo di ampio respiro che lo scrittore rende autenticamente rapsodico e di gradevole lettura dove ricorda che in quei momenti la presenza dello Stato era sostituita delle compagnie barracellari, un autentico forma di polizia rurale che trova ben pochi paragoni nel panorama dei corpi di polizia dell’Europa moderna. In quel tempo la compagnia baracellare si presentava come una speciale squadra di polizia campestre che, in cambio dei contributi versati dagli allevatori e dai coltivatori, s’impegnava a controllare il territorio, a salvaguardare le attività agricole, a prevenire i reati, a sorvegliare i beni rurali e nello specifico, a risarcire i danni causati da furti, dagli atti vandalici e dagli sconfinamenti del bestiame.Dal racconto appassionato del Tolu si viene a sapere che la madre Vincenza Bazzoni diede alla luce, con un parto gemellare, uno dei più efferati banditi sardi della seconda metà dell'Ottocento; Il padre, Pietro Gavino, era un agricoltore dinamico e allo stesso tempo severo con i propri figli, impartendo loro un'educazione molto rigida secondo una sua direttiva personale "Figli miei: o buoni o morti".Dopo la scomparsa del padre, si era trovato a soli diciassette anni, a dover badare alla famiglia alla quale, lavorando duramente nelle campagne, era riuscito ad assicurare un modesto benessere.Meglio da solo - diceva - che con sferza e modi bruschi. Così impara a leggere e scrivere Giovanni Tolu (1822-1896). Autodidatta adulto, perché da bambino rinuncia allo studio presso un severo parente prete.

I libri e quaderni, amici fedeli, conservano parole capaci di rendere manifesta la verità.A 25 anni, Giovanni Maria s'innamorò follemente della serva del parroco del paese don Pittui che aveva appena compiuto 15 anni. A ostacolare il giovane innamorato è lo stesso sacerdote, che diventò ostile.Ma, nonostante la contrarietà del religioso, che gli impediva di sposare la ragazza, che, secondo voci del tempo, in realtà pare fosse la figlia del pio uomo di chiesa, incline a diversivi non propriamente spirituali, il 17 aprile, all'età di 27 anni la sposò. La tranquillità familiare dei due sposi duro poco tempo. " La giovane moglie, mal consigliata da vicini e parenti e dallo stesso sacerdote Pittui, assunse nel tempo un comportamento duro e scontroso osteggiando il Tolu su ogni decisione familiare. Le liti si conclusero in una separazione quando la ragazza, in attesa di un figlio, si rifiutò di andare a vivere in una nuova casa che i due avevano scelto di comune accordo. Ne nacque una accesa discussione nel corso del quale Giovanni Maria Tolu diede un manrovescio alla moglie. "L’intervento del padre della ragazza- scrive E. Costa, nella biografia di Tolu - in preda ad un attacco di collera, si diede a gettare in strada le masserizie della coppia, fece perdere il lume della ragione al Tolu che, impugnato il fucile, minacciò il suocero. Il chiasso attirò una folla di curiosi, arrivarono il sindaco e il prete Pittui che dichiarò che il matrimonio poteva considerarsi concluso. Nelle fredde e buie giornate d’inverno il Tolu, tormentato da dolori alle giunture che attribuiva ai malefici del prete Pittui, pensava a come vendicarsi di quel sacerdote, causa della sua rovina".Così, all’alba del 27 dicembre 1850 lo affrontò mentre si recava a dir messa nell’oratorio di S. Croce e lo aggredì nella strada del paese, riducendolo in fin di vita, poi, invece di consegnarsi ed essere condannato a una pena lieve per tentato omicidio, si diede alla macchia dopo, secondo il Tolu, aver vendicato l'intromissione del sacerdote Pittui nella sua vita familiare."Nascosi - Racconta Giovanni Tolu allo scrittore Enrico Costa - l’arma sotto il cappotto e tornai ad appoggiarmi allo stipite della porta tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada dell’oratorio. Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava. Il cielo si faceva sempre più fosco e il sole non era ancora levato. Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano tutte chiuse, poiché il freddo tratteneva più dell’usato gli abitanti i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno festivo. Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccocce, col bavero alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada col capo chino contro il vento furioso che gli soffiava di fronte. Passò come una visione e scomparve. Allora io mi mossi e affrettai il passo per tenergli dietro. Scantonata la via, studia di camminare rasente le case per raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli impediva di avvertire il rumore delle mie pedate. Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi all’imbocco del largo detto Funtana manna, in cui a destra la strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di Codrongianus. Il sito era opportuno perché spazioso e poco frequentato. Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto il cappottane, gliela puntai quasi a bruciapelo alla nuca e premetti il grilletto. L’arma non prese fuoco, perché il cane non aveva schiacciato il fulminante. Continuai a camminare assieme a lui, sempre alla stessa distanza, e altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai e il vento contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del prete. Io era atterrito. […] Feci ancora altri due passi avanti, levai in alto il braccio e con tutta la mia forza lo lasciai ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che stramazzò supino. Gli fui sopra come una tigre, gli posi un ginocchio sul petto, lo afferrai colla sinistra alla gola e puntandogli la pistola all’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre invano. Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli che si confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli occhi spalancati, Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie braccia erano di acciaio. […] Nel frattempo dietro di me diverse porte si spalancarono con fracasso. Una dozzina di uomini robusti si lanciò verso di noi (da: E. Costa, Giovanni Tolu, Autobiografia di un bandito sanguinario, Ed. L’Unione Sarda, Cagliari 2005, p. 71-72).La latitanza durò circa una trentina d'anni Da quel momento sua vita avventurosa divenne una leggenda, temuta e rispettata allo stesso tempo, e scampato a numerosi conflitti, dopo aver ucciso alcuni carabinieri.La sua contumacia finì il 22 settembre 1880 quando si fece arrestare dai carabinieri per evitare una sparatoria e per non spaventare la figlia Maria Antonia, incinta, che era con lui. Fu, in seguito trasferito a Sassari dove si radunò una folla di curiosi. Due anni dopo fu celebrato il processo a Frosinone per evitare che l’enorme clamore suscitato in Sardegna dal suo arresto, potesse influenzare la giuria. Il caso, seguito da tutti i giornali nazionali, suscitò una grande e appassionata partecipazione. Il verdetto, attesissimo, giunse dopo soli tre giorni di dibattimento: Giovanni Maria Tolu, assolto per aver agito per legittima difesa.Tornato in Sardegna si recò dallo scrittore Enrico Costa, chiedendogli di scrivere la sua biografia. Il libro fu pubblicato nel 1897, col titolo "Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo".Giovanni Tolu non poté mai leggerlo, infatti, l'anno precedente si era spento improvvisamente a 74 anni, in un cuile della Nurra da una malattia frequente nelle zone agricole: il carbonchio (conosciuta anche come antrace).

Nato a Nuoro nel 1867, è considerato dalla critica specializzata
"Il più grande poeta di tutti i tempi"
SEBASTIANO SATTA
Durante il servizio militare a Bologna compone "I versi ribelli". Il poeta ha avuto una vita molto tormentata e colma di sofferenza, dopo la morte della primogenita Raimoda


di Ennio Porceddu
(13-1-2015) Le poesie sono partorite da un'infinita umanità. Della sua Barbagia, terra Natale, aspra e bellissima al tempo stesso, ne apprezzava ogni aspetto, anche quelli più nebbiosi.Il Satta sempre impegnato su temi sociali non nascondeva sentimenti di attrazione e simpatia sulle tematiche sociali, per il banditismo sardo.A parere del poeta nuorese, "i banditi non erano altro che degli uomini divenuti simili ad animali randagi, che manifestavano, con le loro gesta fuorilegge, una barbarica insurrezione a un ordine sociale ingiusto e inaccettabile".Le sue opere, insomma, mettono, di conseguenza, in evidenza tutto il dramma dell'infelice isola di Sardegna, immortalata come: " madre in bende nere che sta grande e fiera in un pensier di morte".Le prime poesie, il Satta, le compone a Nuoro in un territorio molto delimitato, ma accalorato da una inquietudine generale del periodo, con tumulti che erano iniziati tra il 1866 e il 1868, meglio conosciuti come “su connottu” o dello “sconosciuto” per la gestione comunitaria dei terreni che, per secoli , sono stati l’elemento fondamentale per l’economia rurale dell’Isola.Grazia Deledda, nella Nuova Antologia del 16 aprile 1909, traccia un ritratto del poeta sardo:“La sua giovinezza è tutta illuminata da una fiamma di passione per la terra natia, la primitiva barbagia, cuore della Sardegna… Col declinare della prima giovinezza, Sebastiano Satta apre il suo cuore alla passione pietosa e violenta per la paria ben più grande e misera della Sardegna: per tutto il mondo abitato dagli umili, dai poveri, dagli oppressi. Egli diventa un poeta sociale, e mentre parla ai morti di Buggerru, alle madri di Sardegna, ai mietitori del Campidano, col cuore abbraccia tutte le grigie plaghe ove regna la povertà e l’ingiustizia”.Sebastiano Satta nasce a Nuoro il 21 maggio 1867, il padre Antonio era uno stimato avvocato che muore nel1872, aLivorno dove si era recato per lavoro. Dopo la scomparsa del padre, è la madre, Raimonda Gungui, che alleva con amore i figli Sebastiano e Giuseppino.Dopo aver terminato gli studi liceali a Nuoro, dove ha la fortuna di avere il prof. Marradi, esponente della nuova “capigliatura” come insegnante di lettere, nel 1887, per un anno, si trasferisce a Bologna per assolvere il servizio militare. E' in quel periodo che compone i “Versi ribelli” (pubblicati nel 1893). Rientrato a Nuoro, s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Sassari, dove si laurea (1894). In seguito è a Sassari, dove aderisce a un movimento socialista – umanitario, seguendo la scia dei giovani intellettuali, che tra l’altro, fondano il periodico “L’Isola”. Sebastiano Satta ne approfitta e pubblica alcune raccolte di poesie tra cui “Nella terra dei nuraghes”.Rientrato nella sua città natale, s’incontra con artisti e intellettuali del momento (Grazia Deledda, Francesco Giusa e Antonio Ballero).Nel 1896, pubblica “Primo maggio” e inizia la sua professione forense. Nove anni più tardi si sposa con Clorinda Pattusi e da quell’unione nasce Raimonda, alla quale, il Satta, dedica gli auguri in versi “Canti della culla”.La prima figlia però, muore precocemente e il poeta, con l'angoscia dentro, scrive “I Canti dell’ombra”, pregevole silloge poetiche che depone nella piccola bara bianca. “Ed ora… deserta la culla / tra breve, in un cielo di bufera / io vo verso l’ultima sera”.Gli anni di Sebastiano Satta sono stati molti tormentati e colmi di sofferenza, dopo che nel 1908 è colpito da un attacco apoplettico che lo costringe a ridurre le sue capacità di movimento e di parola.Con l’arrivo del suo secondo figlio Vindice, e stretto dall’affetto dei familiari e dei tantissimi amici, compie un viaggio turistico attraverso i luoghi più spettacolari della Sardegna, e, nonostante le sue precarie condizioni di salute, continua a comporre versi.Sebastiano Satta, fu avvocato, giornalista e anche un discreto pittore, ma la sua notorietà la deve alla poesia. Il Bellonci (critico letterario) sul Giornale d’Italia del 1914, definisce, la sardità del Satta, con stile immaginifico, asserendo che il poeta “aveva il senso della terra: ogni strofa, ogni verso, ogni parola sigillava del suo stile sardo, inimitabile nel ritmo, nelle immagini, nei trapassi”. Sebastiano Satta muore nella sua città natale, il 29 novembre del 1914, mentre completava la stesura di due suoi poemetti: “Per la pace di Orgosolo” e “Gli asfodeli”.

Una poesia di Sebastiano Satta

"Ditirambo di giovinezza"

Date l’acquavite alle mani,
Prendete la tasca e lo schioppo
E andiamo. Ohilà! Che galoppo,
Che rombo tra l’urlo dei cani!
Prenderemo i cavalli che a frotte
Corron nitrendo le tanche,
I figgerem nel collo le branche,
Li avventeremo contro la notte.

Versatemi il vin di Marreri
Che mi apre le vene del cuore.
O donna, apparecchia i taglieri,
E poi… Hutalabi! Col corridore.

Ho un sogno nell’anima torva,
O uccellin mio di primavera!
Vo’ traversar la Costera,
Vo’ entrar nell’aspra Bonorva.

Là nella chiesa, sul coro,
Vi è una santa d’oro, vi è!
Voglio portarti quella Santa d’oro:
Ruberò la Madonna per te!

La critica Sattiana definisce questa poesia un canto in esaltazione della vita, e si chiama appunto "Ditirambo" in rimembranza degli antichi componimenti bacchici. "Si sente - scrive un recensore - nelle varie strofe un fremito di libertà e di gioia che trova nel richiamo d'amore un motivo popolare d'indubbia efficacia e lo riveste di note nuove ed eleganti nella loro semplicità".

© Copyright 2013/ 2015 ennio porceddu



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